domenica 29 gennaio 2017

Argentinos Juniors: la squadra dei "Martiri di Chicago"



Diego Armando Maradona, classe ‘60, è per tutti o quasi il dio del calcio. Per descriverlo ogni parola sarebbe superflua. La sua storia privata e sportiva è conosciuta da tutti o quasi: dalle sue origini umili, alla prima squadra che lo lanciò nel calcio dei grandi, fino ai successi con il Napoli.

Juan Roman Riquelme, classe ‘78, è stato forse l’ultimo vero numero 10 argentino. Sebbene non abbia mai giocato in Italia anche questo calciatore è conosciutissimo al grande pubblico europeo più che per le sue poco fortunate esperienze nel vecchio continente soprattutto per le sue giocate e la sua fedeltà al Boca Juniors.

Juan Pablo Sorin, classe ‘76, invece molti appassionati di calcio e videogames probabilmente lo ricorderanno per le sue stagioni italiane spese tra Juventus e Lazio (sebbene sia sceso pochissimo in campo).

Fernando Redondo, classe ’69, lo ricorderanno sicuramente i tifosi milanisti perché scelse proprio la squadra rossonera per chiudere la sua carriera spesa per lo più in Spagna tra Tenerife e Real Madrid.

Questi sono solo alcuni dei grandissimi calciatori cresciuti e lanciati nel calcio argentino e internazionale dall’Argentino Juniors, squadra argentina che oggi lotta con grinta e tenacia per tornare nella massima divisione. Sebbene abbia lanciato fior fiori di campioni (da qui il soprannome El Semillero ovvero asilo nido per i semi) ed abbia una storia centenaria alle spalle non è dei suoi successi sportivi, per altro pochi [3 campionati argentini, l’ultimo nel 2010, una coppa Libertadores (1985) ed una coppa Interamericana (1985)] che vi vogliamo parlare quanto di quello che si cela dietro la nascita di questa squadra.
Una storia legata indissolubilmente al doppio filo della politica e del calcio. Una storia che ci condurrà dagli Stati Uniti all’Argentina, attraverso scioperi e lotte operaie, repressione e morte, fino alla nascita dell’Argentino Juniors. Una storia che ci parlerà di calcio e di politica…

Il nostro viaggio comincia nell’America di fine ‘800 e più precisamente il 1 maggio del 1886 quando l’American Federation of Labor (sindacato dell’epoca) indisse uno sciopero generale per chiedere la diminuzione delle ore giornaliere di lavoro da 14 ad 8. Uno sciopero che coinvolse oltre 12.000 fabbriche e 400.000 lavoratori che, stufi delle mediazioni sindacali (soprattutto del principale sindacato dell’epoca il “Nobile Ordine dei Cavalieri del Lavoro”), si unirono alle rivendicazioni e allo sciopero convocato da anarchici, socialisti e comunisti. Scioperi e proteste che perdurarono per giorni e giorni e che videro in Chicago, che in quegli anni viveva un forte processo di industrializzazione, il centro nevralgico delle proteste. Il tutto in un clima che diventava man mano sempre più teso. Se da un alto, infatti, gli operai continuavano con manifestazioni e scioperi dall’altro i padroni non rimanevano di certo a guardare e con l’appoggio delle autorità locali sentenziavano per una brutale repressione di ogni forma di dissenso, avvalendosi anche dell’aiuto di vere e proprie organizzazioni parapolitiche al loro soldo. Fu in questo crescente clima di tensione che la polizia fece fuoco contri gli operai in sciopero dinanzi una fabbrica provocando quattro morti e la conseguente reazione operaia che si concretizzò di li a poco con il lancio di una bomba in occasione di un comizio a Chicago proprio quando la polizia era in procinto di avvicinarsi al palco per impedirne il regolare svolgimento. Il bilancio fu di 8 morti e numerosi feriti. Gli scioperi e gli scontri tra polizia e manifestanti durarono per mesi. Quando fu ristabilito l’ordine e gli scioperi terminarono la polizia arrestò - per gli avvenimenti di Chicago - 8 anarchici di cui 4 furono condannati a morte e giustiziati nel novembre del 1887. Due anni dopo, il Congresso Operaio Socialista della Seconda Internazionale proclamò il 1 maggio come il Giorno Internazionale dei Lavoratori.  Ed è con la condanna a morte dei 4 anarchici e la proclamazione della “festa” del primo maggio che prende idealmente il via la storia dell’Argentino Juniors…

Il nostro viaggio, a questo punto però, ci porta in Argentina, nel “barrio” di Villa Crespo – uno dei tanti quartieri di Buenos Aires. Qui nel 1904 un gruppo di giovani decise di fondare una squadra di calcio il cui nome voleva essere proprio un omaggio ai militanti anarchici condannati a morte negli Stati Uniti. E’ così che nacque la squadra “Martiri di Chicago” i cui colori sociali, differentemente da quanto usavano fare i militanti o simpatizzanti socialisti e anarchici che per le loro squadre preferivano il rosso o il rosso nero, erano il bianco e il verde. Molto probabilmente perché alla squadra furono regalate magliette di quel colore, cosa che all’epoca accadeva spesso, e che quindi non vi era più necessità o modo di scegliere colori differenti.

Ma quella di Martiri di Chicago non era l’unica squadra che prendeva forma in quegli anni a Buenos Aires. Spostandoci di qualche chilometro da Villa Crespo, infatti, si arriva a La Paternal dove un altro gruppo di militanti politici vicini alle posizioni socialiste dell’epoca aveva fondato la “Sol de la Victoria” in omaggio all’Inno dei Lavoratori italiano.

Entrambe le squadre nei mesi successivi la creazione si limitarono, come normale che fosse, ad organizzare e partecipare a partite amichevoli fin quando il 14 agosto di quello stesso anno (1904) non decisero di unire le forze per affrontare i ben più professionali e forti rivali del Catedral Porteño, squadra di Buenos Aires che militava nel campionato di Villa Crespo che all’epoca conferiva un certo “status” rispetto alle squadre che, invece, giocavano solo partite amichevoli. Il match si svolse sul campo del Sol de la Victoria e vide la selezione locale trionfare per 3 a 1 contro i più blasonati rivali. Sull’onda dell’entusiasmo e dell’ottimo risultato ottenuto le due formazioni decisero di unire in pianta stabile le forze fondando, di fatto, una nuova squadra che inizialmente fu chiamata Asociación Atlética y Futbolística Argentinos Unidos de Villa Crespo ma che, a seguito di alcuni consigli, fu definitivamente cambiato in Asociación Atlética Argentinos Juniors. Nello scegliere i colori sociali si ritornò sul più classico rosso (eccezion fatta per 6 anni durante i quali tornarono ad indossare il bianco verde dei Martiri di Chicago obbligati dal divieto di indossare maglie rosse) mentre per lo stadio, dopo innumerevoli spostamenti, nel 1909 – dopo essersi affiliati alla AFA (Argentine Football Association) – tornarono al Luis Viale e Parral che divenne la casa della squadra per molti anni.

venerdì 20 gennaio 2017

[Calcio&Musica] Jorge di Christian "Picciotto" Paterniti

video
Canzone della storica voce della Gente Strana Posse dedicata a Jorge Carrascosa, capitano dell'Argentina degli anni '70, che rifiutò di partecipare ai mondiali del 1978 che Videla e i colonnelli - protagonisti in negativo di una delle dittature più spaventose e brutali del novecento - utilizzarono per dare un'immagine positiva dell'Argeninta. Buon ascolto...

mercoledì 18 gennaio 2017

[Citazioni] Ivan Ergic: Calcio e Marxismo

"150 anni fa, Marx ha mostrato le contraddizioni del capitalismo e dei mali che il denaro provoca nel mondo. Il calcio, in questo, non è un eccezione ed io mi rifiuto di essere un calciatore conformista. Marx ha scritto che il capitalismo avrebbe distrutto la natura umana e che avrebbe portato all'alienazione assoluta. In questo aveva ragione".
Ivan Ergic



lunedì 16 gennaio 2017

La storia della squadra del Fronte di Liberazione Nazionale




Francia. 12 Aprile 1958.
Due calciatori algerini, Mokhtar Arribi e Abd Al Hamid Kermali, che militano nel massimo campionato francese incontrano prima di un match il loro collega e connazionale Rachid Mekhloufi dicendogli “domani si va”. Così cominciava l’avventura di quella che passerà alla storia come la squadra del Fronte Nazionale di Liberazione.



Ma facciamo qualche passo indietro…

Algeria. Agosto 1956.
A Soummam, regione algerina che mai si piegherà al giogo francese, cominciava a prender forma l’organizzazione rivoluzionaria che qualche anno dopo avrebbe portato l’intero popolo algerino all’indipendenza. Tutti i rappresentanti dei settori impegnati nella guerra d’Algeria, riuniti in congresso, decisero di dar vita al Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) nonché all’Unione Nazionale degli Studenti Musulmani Algerini e all’Unione Generale dei Lavoratori Algerini. Dietro spinta di alcuni stessi membri del FLN fu anche deciso di creare una squadra di calcio che portasse lo stesso nome dell’organizzazione (in francese Equipe du FLN) e che fungesse da ambasciatrice della causa algerina a livello internazionale, sfruttando la popolarità a livello internazionale dello sport e del calcio in particolare. La decisione fu presa e fu affidato il compito di metter su la selezione a Mohamed Boumezrag – direttore della sottodivisione regionale algerina della FFF (la federazione francese). Di lì a poco fu lanciato un appello a tutti i calciatori algerini che giocavano in Francia ad abbandonare i propri club e unirsi alla rivoluzione e più nello specifico al ritiro che si sarebbe tenuto in Tunisia, dove aveva base il provvisorio governo algerino (GPRA, governo del FLN in esilio).

Tunisia. Aprile 1958.
Tra il 13 e il 14 aprile ritroviamo Arribi, Kermali e Mekhloufi ed un’altra trentina di calciatori algerini in Tunisia pronti per il primo ritiro della selezione del FLN¹, dopo un lungo viaggio che li aveva visti attraversare Svizzera ed Italia prima di giungere a destinazione in traghetto. Una “fuga” che non passò inosservata in Francia dove le reazioni non tardarono ad arrivare: da un lato la stampa diede ampio risalto alla notizia mettendo al centro del dibattito pubblico quella che fino ad allora era una guerra sconosciuta ai più; dall’altro la federazione di calcio francese e lo stesso governo fecero pressione rispettivamente sulla FIFA affinché non riconoscesse alla squadra del FLN lo status di squadra nazionale e affinché minacciasse di sanzionare con l’esclusione dall’imminente mondiale di Svezia (1958) le squadre che avessero accettato di giocare contro la selezione algerina² e sulla polizia nazionale affinché arrestasse tutti i calciatori che avessero risposto alla convocazione di Boumezrag (motivo per cui la maggior parte dei calciatori dovette escogitare stratagemmi di ogni tipo per fuggire senza attirare l’attenzione né dei propri dirigenti né tanto meno della polizia evitando così di essere arrestati visto che alcuni di essi, avendo giocato fino ad allora per i colori francesi, erano considerati anche dei disertori!). Ma tutto questo non bastò a fermare il progetto algerino e così il 9 maggio del 1958 la squadra del FLN esordì, scendendo in campo con una maglia i cui colori rimandavano a quelli della bandiera algerina (bianco e verde), proprio in Tunisia contro una squadra locale vincendo per ben 8 a 0. Da quel giorno e fino al 1962 la selezione algerina giocherà ben 91 partite internazionali³, riscuotendo tantissima solidarietà per la propria causa, vincendo 63 match, pareggiandone 13 e perdendone altri 13, facendo 385 goal e subendone appena 127. La vittoria per 6 a 1 ai danni dell’allora Jugoslavia fu quella - calcisticamente parlando - più rilevante mentre da un punto di vista prettamente politico quella disputata nel 1959 a Bagdad dove i tifosi iraqeni manifestarono la loro solidarietà e vicinanza alla causa algerina srotolando prima dell’inizio della partita una bandiera verde e bianca, provocando le ire dell’ambasciatore francese che abbandonò lo stadio, fu sicuramente quella più significativa.

Francia. Marzo 1962.
Con gli accordi di Evian veniva riconosciuta l’indipendenza algerina e con essa veniva sancita anche la fine dell’esperienza della squadra del FLN e la contemporanea nascita della nazionale di calcio algerina che per tutti gli anni ’80 e ’90 è stata una delle grandi protagoniste del calcio africano centrando due terzi posti, un secondo posto e una vittoria nella coppa d’Africa e ben due qualificazioni mondiali (Spagna 82 e Messico 86). Il resto è storia recente…

[1] Alcuni di questi calciatori, tra cui lo stesso Mekhloufi, per rispondere alla chiamata del FLN rinunciarono a partecipare al mondiale svedese per il quale erano stati convocati dal ct francese.
[2] l’URSS (4 partite), la Jugoslavia (5 partite), la Cecoslovacchia (4 partite), la Romania (4 partite), l’Ungheria (4 partite), la Bulgaria (6 partite), la Cina (5 partite), il Vietnam del Nord (4 partite), il Marocco (7 partite), la Tunisia (4 partite), la Libia (2 partite), l’Iraq (6 partite) e la Giordania (3 partite) sfidarono le minacce di FIFA e Francia e presero parte a diverse partite con la squadra del FLN.
[3] Tanto fu il successo che in occasione di una partita in Vietnam lo stesso leader Ho Chi Minh volle incontrare l'intera squadra algerina.

sabato 14 gennaio 2017

La selezione nazionale basca di calcio deve poter partecipare alle qualificazioni per euro 2020


Sulla piattaforma change.org è possibile firmare la petizione per chiedere alla #UEFA e alla Federazione di Calcio Spagnola di applicare l'articolo 10.6 dello statuto FIFA, autorizzando così la Federazione di Calcio Basca a prender parte alle qualificazioni per gli europei del 2020 che vedranno proprio la città basca di #Bilbao essere una delle 13 sedi (tutte di nazioni diverse) che ospiteranno la 60esima edizione del torneo continentale. Nonostante il parlamento di Gasteiz (regione basca) abbia accolto la richiesta della federazione di calcio basca per il suo riconoscimento e nonostante il fatto che nella UEFA vi siano già federazioni che non rappresentano entità statali, il riconoscimento per la nazionale basca tarda ad arrivare (per questioni meramente politiche!). La stessa federazione di calcio basca afferma che "riconoscere la selezione basca farebbe guadagnare al calcio europeo una selezione di altissimo livello e con una delle migliori tifoserie al mondo". 

venerdì 13 gennaio 2017

Paolo Sollier - L'Avanguardia Operaia in serie A



«Il Sessantotto neppure sfiorò il mondo del calcio. Nel 1969 lavorai otto mesi alla Fiat Mirafiori e in autunno andai a giocare in serie D con la Cossatese. Facevo l’operaio e il calciatore. Entrare negli spogliatoi, indossare maglia e scarpini, significava entrare in un altro mondo. Quello che stava accadendo nella vita di tutti i giorni, restava fuori. Poi mi rivestivo, salutavo tutti e tornavo nell’ altro mondo. E’ in questa situazione che ho vissuto e alla fine ci avevo fatto anche l’abitudine. Io avevo cominciato ad occuparmi del sociale nel mio quartiere, la Vanchiglia, in un’organizzazione cattolica che si chiama Mani Tese. La nostra attività era il volontariato. Crescendo mi sono avvicinato alla sinistra: potere operaio, avanguardia operaia, democrazia proletaria»
Paolo Sollier

Nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno abbiamo deciso di ripercorrere brevemente la storia calcistica e non di Paolo Sollier da molti soprannominato il "trequartista militante". Una storia la sua che ancora oggi ci ricorda come il calciatore, troppo spesso ingabbiato nel ruolo del "bello ma ignorante e privo di ogni idea che riguardi il mondo esterno" possa invece rendersi protagonista di storie incredibili squarciando quel velo di ipocrisia ed interessi che circondano il mondo del pallone.

Paolo Sollier - L'Avanguardia Operaia in serie A
Chiomonte, piccola località operaria del torinese, negli ultimi anni è balzata agli onori della cronaca per la tenace e straordinaria resistenza del movimento NO TAV, ma forse non tutti sanno che Chiomonte era già precedentemente famosa e conosciuta tra gli amanti del pallone e della politica a sinistra per aver dato i natali nel lontano 13 gennaio del 1948 ad un calciatore italiano di discreti doti che però, sicuramente, deve la sua notorietà in certi ambienti più per le sue idee politiche e il suo impegno che per le sue giocate (alcune comunque degne di nota). Stiamo parlando di Paolo Sollier.
Calcisticamente cresciuto nella squadra amatoriale del Cinzano, dove cominciò la sua carriera nel 1969 all’età di 21 anni, approdò qualche anno dopo nell’allora serie C giocando per la Cossatese e successivamente per la storica Pro Vercelli. Parallelamente alla sua carriera da calciatore si andò sviluppando anche il suo impegno politico. Calciatore e operaio allo stesso tempo, visse in prima persona i processi più forti e significativi delle lotte sociali dell’Italia degli anni ’70 che lo videro impegnato come lavoratore della FIAT di Torino, settore dove si concentravano i lavoratori più organizzati, combattivi e giovani che lottavano per un miglioramento delle condizioni salariali e delle condizioni di vita in uno dei settori più importanti della produzione industriale italiana. Una lotta che era una continuazione di quella che era la lotta degli studenti italiani nel 1968, che seguendo l’esperienza francese provarono a supportare e collegare le lotte operaie con le loro rivendicazioni.
Fu proprio in Fiat che Paolo Sollier capì l’importanza di mettere in pratica le sue idee politiche, cominciando da allora una vita di militanza rivoluzionaria entrando a far parte prima dell’organizzazione “Avanguardia Operaia” e poi di “Democrazia Proletaria”, nata dalla fusione di A.O. con altre organizzazioni della sinistra italiana.
Ma in quegli anni così come cresceva il suo impegno politico cresceva anche la sua fama come calciatore al punto tale da attirare le attenzioni del Perugia che si apprestava a disputare un campionato di serie B con l’intenzione di tentare l’assalto alla serie A. Sollier quell’anno fu uno dei protagonisti della vittoria del campionato del Perugia e riuscì a strappare l’impegno della società umbra a sottoscrivere due abbonamenti al Quotidiano dei lavoratori per ogni suo goal (per la cronaca quell’anno ne fece 7, non male per un centrocampista!).
Da quel momento in poi la figura di Sollier attirò molte simpatie sia tra gli addetti ai lavori e stampa sia tra i tifosi di diverse squadre. Simpatie da parte della stampa che cessarono all’indomani della pubblicazione del suo libro “Calci e sputi e colpi di testa”, una sorta di diario autobiografico dei suoi due anni nel capoluogo umbro dove toccava con ironia e un’ottima poetica temi sportivi e non: i racconti dei giochi infantili per passare il tempo durante i ritiri; le storie delle tante avventure sentimentali e/o sessuali; riflessioni su argomenti che ancora oggi sono tabù nel mondo dello sport, come fumo, masturbazione e omosessualità; e ovviamente la politica… Simpatia da parte di svariate tifoserie (come quella del Genoa) che, invece, era dovuta alla sua esultanza: quel pugno chiuso alzato al cielo divenuto il vero e proprio marchio di fabbrica del Sollier calciatore. Un modo di racchiudere ed esprimere quelle che erano le sue idee politiche in campo che gli causò anche tantissime antipatie tra le tifoserie di destra, una su tutte quella della Lazio che in occasione di Lazio – Perugia accolse il calciatore con lo striscione “Sollier Boia”. La carriera di Paolo Sollier in Serie A non durò molto per sua stessa scelta. Più il calcio si professionalizzava più si allontanava dalla realtà dei lavoratori e dei settori popolari ragion per cui decise di dedicarsi ancor più seriamente al suo impegno politico, alla fotografia e alla musica a discapito della sua carriera da calciatore. Dopo l’esperienza al Perugia, durante la quale provò ad avvicinare i suoi compagni di squadra agli ideali rivoluzionari senza molto successo, tornò a giocare in serie B nel Rimini e successivamente nella Pro Vercelli e nella Biellese in serie C, terminando la sua carriera da calciatore nel calcio amatoriale senza mai abbandonare quelli che erani i suoi ideali e la sua gente. Oggi ritroviamo questo grande giocatore e uomo al timone dell’Osvaldo Soriano Football Club, una squadra di scrittori italiani creata allo scopo di avvicinare le persone attraverso il calcio alla lettura e alla cultura più in generale.