venerdì 23 dicembre 2016

Jean Beausejour - Il cileno atipico



Jean Beausejour è un calciatore cileno classe ‘84. Nato da padre haitiano e madre mapuche, le sue origini multietniche e la sua appartenenza sociale hanno segnato profondamente la sua personalità e le sue “inquietudini” intellettuali e politiche. Cresciuto con i nonni materni a seguito del divorzio dei genitori lo stesso calciatore in un’intervista rilasciata nel 2014 dice di sé: “Alla vista sono un nero africano però dentro di me scorre sangue mapuche che è quel che mi ha segnato di più nella mia vita. I valori di questa cultura mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia e in particolare da mio nonno materno”. Cresciuto vicino Villa Francia (Santiago del Cile) proprio con i nonni materni ha vissuto, sin da bambino, un ambiente dove proteste politiche e sociali erano praticamente di casa: “Alla fine degli anni ’80 mi incantavo a guardare le barricate e ricordo che ogni volta che la polizia faceva irruzione nel quartiere tutti venivano a rifugiarsi a casa nostra. Le proteste per me, all’epoca, erano divertenti.  La giornata internazionale dei lavoratori la vivevo come un evento perché mio nonno mi portava al corteo per ascoltare le parole di Manuel Bustos. Fu così che venni a conoscenza dell’esistenza dei partiti politici. Proprio come nel calcio vedevo tantissime persone arrivare con le loro bandiere colorate ma non per sostenere la propria squadra bensì il proprio partito politico”. E fu sempre il nonno materno ad inculcargli, sin da bambino, l’orgoglio di essere Mapuche, un qualcosa che lo ha segnato profondamente e per il quale continua a battersi come calciatore “con molti amici mapuche abbiamo parlato spesso del ruolo che il calcio può avere nella causa mapuche proprio perché crediamo che il calcio sia trasversale ed abbia la capacità di agglutinare gente come poche altre cose in questa società. Pensiamo che fare una specie di selezione Mapuche come fatto in Andalusia e Catalogna possa aiutare in questo senso a trasmettere e mantenere vivo il sentimento mapuche. E il mio sogno sarebbe giocare almeno una partita con questa selezione prima di ritirarmi dal calcio giocato” ma anche come uomo: “Quello che chiediamo in quanto mapuche non è che la nostra cultura prevalga su quella cilena o winka. Noi vogliamo che le diverse culture abbiano parità di diritti. Per esempio vogliamo che i bambini mapuche abbiano il diritto di crescere ed essere educati nella lingua mapuche oltre che in castigliano. Mi piacerebbe che quando si parli di autonomia mapuche si parli di questo e non invece di schierare la Polizia Internazionale sul ponte del fiume Biobio”. 
Lo stesso Beausejour, unico giocatore cileno ad aver segnato a due mondiali consecutivi,  che - dimostrando ancora una volta la sua sensibilità politica e sociale per temi molto sentiti in Cile – ha dedicato la vittoria della Coppa America del centenario - competizione disputata quell’anno proprio in Cile - a tutti coloro che hanno sofferto e perso la vita allo Stadio Nacional (dove si è disputata la finale) e ai tantissimi torturati e desaparecidos del periodo della dittatura militare di Pinochet: “Oggi abbiamo regalato una gioia a tutto il Cile in un luogo che ha rappresentato  morte e tristezza”.

Interviste intrgrali in lingua
Intervista apparsa su theclinic.cl
Intervista apparsa su colocolo.cl 


lunedì 19 dicembre 2016

Mapek - La storia di una squadra e del suo nome



Il 5 febbraio del 1889 nella piccola città bulgara di Dupnitsa  nasceva Stefan Dimitrov Todorov, meglio conosciuto come Stanke Dimitrov e soprannominato Marek (o Marec). Fu un eroe del partito comunista bulgaro che si distinse per la sua attività politica e per la sua lotta al fascismo nella prima metà del XX secolo. A quell’epoca, i dirigenti di una squadra bulgara che militava nelle categorie regionali decisero di cambiare il nome della loro squadra per omaggiare questo grande uomo. Fondata nel 1919 con il nome di Slavia, cambiò nome 9 volte fino al termine della seconda guerra mondiale quando adottò il nome definitivo di Marec. Nome che, in realtà, scritto correttamente è M.A.R.E.C.  Ma per cosa sta l’acronimo M.A.R.E.C. ?
Marxista
Antifascista
Rivoluzionario
Emigrante
Comunista
Un soprannome che racchiudeva al suo interno quella che era l’ideologia politica di Stanke Dimitrov e che fu trasferita al club di calcio. Ed è proprio per queste idee che la squadra era seguita un po' ovunque dai suoi tifosi al punto tale che la città è stata rinominata la “città su ruote” proprio per lo spostamento di massa dei fan del Marec ad ogni partita. Si pensi che quando alcuni anni fa ha giocato l’oramai defunto Intertoto si calcolò una media di 3.000 tifosi a trasferta. Niente male per una cittadina che conta appena 32.000 abitanti e che fino alla fine dell’epoca sovietica veniva chiamata Stanke Dimitrov!
Un club che non ha una grande storia e i cui massimi risultati sportivi sono stati l’aver preso parte all’edizione 1977/78 dell’allora Coppa Uefa (battendo anche il Bayern Monaco per 2 a 0!), l’aver vinto l’allora Coppa Nazionale, chiamata anche Coppa dell’Armata Sovietica, l’aver partecipato ad alcune edizioni dell’intertoto (2002-2003-2004) ed aver giocato nella massima divisione bulgara per bene otto anni di fila (dal 2001 al 2008) prima di retrocedere nella seconda divisione per poi fallire nel 2010 e ripartire con la dicitura di M.A.R.E.C 2010. Fallita nuovamente  attualmente gioca con il nome di Fc Marek 1915.
Peccato che una simile squadra sia lontana anni luce dal poter calcare palcoscenici ben più importanti perché sarebbe un ottimo “manifesto” per rinfrescare le idee a molti che non le hanno ancora chiare, a quelli che pensano che il calcio sia solo business e “bomberate” dimenticando le origini popolari, sociali e politiche che sono alla base di questo sport e dei tantissimi club che lo animano!

venerdì 16 dicembre 2016

Il CD Palestino del Cile e una storica partita in Palestina

Lo scorso martedì, a Nablus (Palestina), si è giocata una partita storica tra la selezione palestinese e la squadra cilena del Palestino che ha visto trionfare i padroni di casa per 3 a 0 [reti di: Abu Nahyeh (32′), Ashraf Nu’man (38′) e Muhammad Yameen (43′)].
Una partita il cui valore è andato ben al di là di quelli strettamente sportivi e che idealmente ha ricongiunto la foltissima comunità palestinese del Cile con i loro fratelli palestinesi costretti a vivere sotto l’occupazione Israeliana. Una partita che ha vissuto momenti di emozione e fratellanza quando al termine della gara gran parte dei tifosi accorsi per assistere al match hanno invaso il terreno di gioco in cerca di una maglietta, un autografo o qualche fotografia con i loro beniamini cileni. Ricordiamo che quella di martedì è stata per il Palestino - squadra fondata da emigranti palestinesi in Cile nel 1920 – la prima partita giocata in terra palestinese (anche se in passato già vi era stata una partita che però vide protagonisti le giovanili della squadra cilena) e che il presidente dell’Associazione di Calcio Palestinese, Yibril Rayub, ha descritto la squadra cilena come “l’ambasciatore della Palestina in Latinoamerica” a maggior ragione da quando tre dei suoi calciatori giocano con la selezione nazionale palestinese. 
Ma la visita della squadra cilena in terra palestinese non prevede semplicemente una partita di calcio. Nei dieci giorni che trascorreranno in Palestina (fino al 21 dicembre) tutti i calciatori sono e saranno impegnati in attività sociali e sportive con i bambini palestinesi, in un’altra amichevole (giocata ieri) con l’Al Ahli di Hebrón, nella visita alla città di Gerusalemme est, occupata da Israele, per prendere parte all’inaugurazione di una scuola calcio sul Monte degli Ulivi e per visitarne la città prima di spostarsi a Betlemme, città originaria di una grandissima parte della comunità palestinese residente in Cile. Ma soprattutto la squadra cilena guidata dal suo presidente Eduardo Heresi e dal suo allenatore, Nicolas Cordova (vecchia conoscenza del calcio italiano avendo giocato tra le altre nel Parma, Crotone, Bari e Brescia) ha fissato come scopo del viaggio l’ingresso a Gaza e diventare così “la prima squadra di calcio a rompere il blocco” che Israele esercita sulla striscia dal 2007, anno dell’ascesa al poter di Hamas.
Tutto questo a dimostrazione, ancora una volta, di come il calcio non sia semplicemente lo sport più seguito al mondo ma un vero e proprio strumento per portare solidarietà e lanciare messaggi sociali e politici ben chiari. Rompere l’assedio di Gaza, fare pressione sulla comunità internazionale affinché vengano interrotti i rapporti anche sportivi con lo stato israeliano, continuare la campagna internazionale BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) contro Israele, pretendere che la FIFA riconosca lo sport quale diritto inalienabile per tutti e tutte e che quindi vengano presi provvedimenti contro Israele che ad oggi impedisce (o prova a farlo) la nascita di un vero e proprio movimento calcistico palestinese attraverso la sua illegale occupazione, l’installazione dei check-point che rendono impossibile i movimenti anche solo per andare a fare un allenamento e che sistematicamente rade al suolo ogni tipo di struttura sportiva senza parlare delle decine di calciatori uccisi ammazzati dal fuoco sionista. Ecco perché diciamo che quella di martedì scorso tra Palestino e la selezione nazionale palestinese non è stata una semplice partita di pallone!