sabato 20 luglio 2013

Calcio, movimento operaio e resistenza [III]

Pubblichiamo il terzo capitolo di una nostra traduzione di un saggio di qualche anno fa sulle origini, la valenza politica e sociale, il rapporto del calcio con il sistema capitalistico. Malgrado soprattutto l'accelerazione degli ultimi anni ci stia consegnando uno sport ben diverso da quello che fu, non dobbiamo renderci complici del progetto di rimozione della memoria storica che opera anche nell'universo sport. Il calcio nasce infatti sulla base di un intimo legame con il movimento operaio: non solo perché a creare i primi club furono proprio lavoratori ed associazioni e sindacati operai, ma anche perché il movimento calcistico marciò di pari passo con le rivendicazioni per le otto ore e per spazi e tempi associativi e ricreativi. Proprio un ritorno a quelle origini sta portando in diversi luoghi del pianeta alla riproposizione, in chiave naturalmente attualizzata, dei valori e dei comportamenti che di quegli albori furono caratteristici. L'opposizione al calcio moderno non può non guardarsi alle spalle per immaginare il cambiamento.   

Capitolo III. Il calcio e il capitalismo.


Il calcio, con la crescita di popolarità e il conseguente successo in molti paesi del mondoviene rapidamente commercializzato e incorporato dal capitalismo. Le grandi aziende cominciano a vedere in questo sport una fonte redditizia di guadagno. Così, con l'approvazione e la complicità della Federazione internazionale di calcio (FIFA), il calcio diventa una vera e propria manna caduta dal cielo. Nel nuovo mondo del calcio, il giocatore finisce per diventare una merce, che ora difende la camicia, ma che sarà un "mercenario dello sport" per servire la causa del miglior offerente. Il dio denaro dominerà completamente il calcio. Nel calcio, nell'era del dominio del capitale finanziario, passano in secondo piano il quartiere, il porto, il sindacato, la città, la regione e la nazione, e i vecchi standard dei calciatori. Il calcio da ora in poi sarà concepito come un "intrattenimento di massa", adeguato per il profitto individuale, nel quale fanno il loro ingresso con i loro artigli società multinazionali come la Coca-Cola, MasterCard, LG, Birra Aquila etc etc. E la FIFA sarà la grande impresa multinazionale del calcio, che amministra la redditività di tutto il circus.

Il capitalismo trasforma tutto ciò che incontra sulla propria strada in merce, e il calcio non poteva essere l'eccezione. Oggi, le squadre sono delle vere e proprie aziende ed i giocatori sono solo merce, che in molti casi viene venduta al miglior offerente. Tuttavia, il calcio continua - per certi aspetti - ad essere genuinamente popolare, basti pensare che sono pochi i calciatori famosi che hanno un'origine d'élite. Inoltre, i migliori giocatori, provengono dagli strati bassi della popolazione e pian piano, grazie al loro successo, stanno lasciando la povertà (come Carlos Tevez e Ronaldinho). E le multinazionali che ruotano attorno al mondo del calcio, nonostante i milioni che gestiscono, non lo potranno mai comprare. Altrettanto a poco valgono i milioni che investe il così potente Real Madrid nelle grandi stelle del calcio, perché quando si va in campo, si può perdere con qualsiasi squadra. Tutto ciò, perché il calcio è ancora del popolo: della gente dei quartieri, dei porti umili come Tumaco e dei separatori dei viali, dove di solito ad ora di pranzo si vedono i famosi "rusos" (lavoratori edili ), giocare con un pallone.

lunedì 8 luglio 2013

Lo Standard appartiene ai suoi tifosi...

Qui di seguito vi proponiamo una nostra traduzione di un articolo apparso su ptb.be che partendo dalla descrizione dell'attuale situazione societaria dello Standard Liegi, squadra della serie A belga, dimostra come il calcio - anche a livelli meno importanti ed in campionati di secondo piano - rappresenti sempre più uno strumento da cui i proprietari ricavano profitti, lasciando sempre più ai margini quelli che sono i valori dello sport e gli stessi risultati sportivi, andando così in contro alle proteste di che reputa anche un club di calcio un importante attore sociale, utile alla divulgazione di modelli sociali diversi da quelli main stream.

Lo Standard appartiene ai suoi tifosi...

La storia dello Standard di Liegi è segnata da due grandi caratteristiche: si tratta di un club popolare che ha dietro di sé un bel palmarès. Una storia del passato? Dopo l'arrivo di Duchatelet alla testa del club forse: è questo che temono numerosi tifosi. Quest'uomo è il quinto più ricco del paese: ama il calcio solamente finché gli può far guadagnare del denaro. Attaccati all'identità sportiva e popolare del club, i tufosi non gli lasciano spazio, e fanno bene. La logica del profitto a breve termine distrugge il lavoro nel bacino di Liegi. Allo stesso modo, rischia di distruggere lo Standard. Il passato ha comunque dimostrato che c'è posto per tre grandi club nella regione, ma dal momento che il denaro regna come principe incontrastato, il panorama calcistico è cambiato. La constatazione è sconcertante: l'Eupen appartiene a una multinazionale del Qatar, Visé a una multinazionale indonesiana, il Seraing è stato ricomprato dal club francese del Metz (il cui proprietario è Bernard Serin, padrone della Cockerill Maintenance & Ingegnerie, ndT) e lo Standard è diventato il cuore di una strategia immobiliare del suo nuovo proprietario che preferisce raccogliere soldi piuttosto che punti in classifica.

La strategia Duchatelet

Qual è la strategia di Duchatelet? Egli ha comprato il club nel Giugno del 2011 per la somma di 30 milioni di euro. Costui collabora attivamente con due altri club: St Trond nella serie D2 del campionato Belga e Ujpest nella D1 ungherese. Il presidente del St Trond è Bart Lemmens, uno dei suoi grandi amici. La compagna di Duchatelet possiede le infrastrutture immobiliari legate allo stadio del club fiammingo. Il presidente dell'Ujpest è Roderick Duchatelet, suo figlio. La sua strategia sportiva non è quella di ottenere un buon risultato, ne quella di posizionare lo Standard in alta classifica. Lo schema teorico è il seguente. Duchatelet vuole formare dei giovani nella scuola dello Standard. Li sistema a St. Trond all'età di 18 anni. Una volta che hanno acquisito un minimo di esperienza in campionato D2, li spedisce a Ujpest in Ungheria in D1. Successivamente li fa giocare nello Standard verso i 22 anni al fine di monetizzarli. Insomma, il valore del giocatore che segue questo circuito interno all'impresa Duchatelet aumenta ad ogni tappa. Anche se il cammino intrapreso dai giocatori non è sempre così lineare, una cosa è certa: Roland Duchatelet utilizza questi tra club per far salire il valore dei giocatori e ricavarne profitto.

Un'altra prova che niente gli interessa a parte il suo portafoglio sono le scelte finanziarie che ha fatto dopo il suo arrivo al club. Nel 2013 ha raccolto 20 milioni di dividendi per gli azionisti. Sapendo che è azionista della SA Standard al 99%, questa somma costituisce un bel tesoretto che gli permette, due anni dopo il suo acquisto del club, di essere largamente ricompensato e di estrarre profitto dal club piuttosto che rafforzarlo economicamente. In effetti la sua logica non è in alcun modo sportiva, ma finanziaria e immobiliare. Nel momento in cui il lato sportivo dovesse andare male non sarebbe grave. Egli ha acquisito i terreni e le infrastrutture del club a buon prezzo, e potrà sempre fare, come a St. Trond, un progetto che avrà più valore immobiliare che valore sportivo.

Cambio d'allenatore

La rabbia latente dei tifosi contro queste scelte è esplosa quando, ancora una volta, questa logica finanziaria ha minacciato un equilibrio sportivo già precario. L'allenatore Rednic, che aveva raddrizzato la rotta dopo un inizio di stagione difficile, è stato licenziato per essere rimpiazzato da un illustre sconosciuto, il cui curriculum dà poca credibilità a una scelta sportiva. Di nuovo, la ricerca del profitto si fa a detrimento del club: si rimpiazza un allenatore di un certo peso con uno quasi gratuito.

Rimpiazzare gli addetti con personale interinale

Questa logica è di profitto, antisportiva ma anche antisociale. In effetti, lo stesso Duchatelet ha licenziato i suoi dipendenti addetti alla manutenzione delle infrastrutture e li ha rimpiazzati con degli interinato. La stessa logica a livello degli abbonamenti il cui prezzo è aumentato.

Tifosi in collera
I tifosi dello Standard sono dunque in collera, e giustamente. Hanno manifestato contro la “gestione ultra liberista del club” due settimane fa. E una grande manifestazione è stata organizzata il 27 giugno scorso davanti allo stadio di Sclessin. La parola d'ordine principale della manifestazione era: “Duchatelet, vattene!” In un testo firmato dai soci (personalità di Liegi che hanno lanciato l'idea di comprare parti del club già due anni fa) e dall'associazione dei club di tifosi denominata “la famiglia dei Rouches”, si possono leggere le seguenti rivendicazioni: “Anche se i diritti televisivi e gli sponsor rappresentano degli apporti importanti, l'apporto finanziario dei tifosi – tra biglietti e merchandising – resta determinante nell'equilibrio finanziario dello Standard. Noi pensiamo che i tifosi debbano avere voce in capitolo nella gestione del club. Noi pensiamo anche che un grande club di calcio sia un attore sociale importante che non può essere guidato dalla sola ricerca del profitto finanziario. Noi vogliamo difendere e sviluppare l'ancoraggio locale e regionale dello Standard, oltre al suo ruolo sociale, particolarmente attraverso la formazione dei giovani”.

I tifosi, attraverso l'associazione dei club di cui sopra, propongono di mettere in piedi una struttura per permettere di comprare parti del club. Questo è un progetto di riappropriazione collettiva del club, e il suo obiettivo è di permettere ai tifosi di farsi sentire nella gestione. È un primo passo che può mobilitare i tifosi: il problema sarà che se non si raggiunge il 51% della società, il progetto contribuirà a fornire capitale a “Duduche”, come è stato soprannominato. Anche nel caso di un altro proprietario privato, il fondo del problema resta quello della smania di guadagno nello sport. Questa permette anche a un individuo di decidere di tutto in funzione della sua sola logica, quella del profitto a breve termine, anche a detrimento di una logica sportiva, sociale e popolare che fa sì che decine di migliaia di persone di Liegi, Valloni e Fiamminghi siano appassionati dello Standard.