sabato 29 giugno 2013

[Mondiali 2014 - Brasile] Da Maradona a Rivaldo, ecco chi appoggia la protesta in Brasile

Brasile. Dalla sua residenza brasiliana, giorni fa, Pelé ha lanciato un video messaggio in cui chiedeva ai suoi connazionali di lasciar perdere le proteste che sono divampate in tutto il paese e di sostenere e trascinare la Seleçao alla vittoria del trofeo. Un video che nel giro di poche ore ha fatto il giro del mondo. Un video dai contenuti a dir poco discutibili, ma che non sconvolgono, vista la strettissima relazione di interessi che intercorrono tra la FIFA e lo stesso Pelé (uno degli uomini d'immagine di punta del massimo organismo calcistico). Pelé, probabilmente, non si è reso conto che la vera partita del Brasile si è oramai spostata dal rettangolo verde alle strade dell'intera nazione. Probabilmente, finge di non sapere, che la posta in palio è ben più alta di un trofeo di calcio. Quel che è chiaro, invece, è che Pelé ancora una volta, si è schierato in prima persona al fianco dei più forti, al fianco della FIFA, della quale condivide "valori" morali ma soprattutto interessi economici. Parole, quelle della legenda brasiliana, che sembrano ancor più fuori luogo se si pensa che l'intera nazionale di calcio brasiliana (con in testa il fenomeno Neymar), appena qualche ora prima, si era schierata, idealmente, al fianco di chi è in strada in nome dei propri ideali.


A rispondere, a distanza, alle dichiarazioni di "O Rey" è stato, ovviamente, Diego Armando Maradona che, da sempre in lotta mediatica con Pelé - in quanto rappresentanti di due modi di vivere e pensare totalmente agli antipodi - da Dubai insieme al suo amico Stefano Ceci e al suo avvocato Angelo Pisani esprime solidarietà a favore di quelli che soffrono in Brasile e di chi protesta e si sacrifica in maniera civile per le riforme e contro gli sprechi dei costi per il mondiale di calcio senza pensare alle assurde condizioni della popolazione, prendendo le distanze da chi come Pelé è sempre pro Fifa e dimentica e trascura la gente del popolo.

Ma Maradona non è stato l'unico ad inviare messaggi di solidarietà al popolo brasiliano. Già prima di lui alcuni grandi ex calciatori della Seleçao si erano espressi in tal senso. "E' una vergogna che si stia sperperando tanto denaro per questo mondiale, lasciando gli ospedali e le scuole in condizioni precarie. In questo momento in Brasile non vi sono le condizioni e non vi è la necessità di organizzare un mondiale, ma di investire nell'istruzione e la sanità pubblica". Queste le parole, ad esempio, del pallone d'oro 1999 Rivaldo che ha anche aggiunto: "Avevo bisogno di sfogarmi, perché io sono stato povero e ho vissuto sulla mia pelle la difficoltà di studiare in una scuola pubblica e di non avere una buona assistenza sanitaria". “Con il denaro che e’ stato speso per costruire quello stadio (il Nenè Garrincha, nda) si sarebbero potuti costruire 150.000 case popolari”. Così qualche giorno fa si esprimeva un altro grandissimo ex calciatore brasiliano Romario, attualmente deputato federale. Parole, però, criticate da qualcuno che le ha interpretante più come uno spot personale che una vera e propria presa di posizione in favore dei manifestanti, anche perché nel suo discorso non è stata ben specificata la questione relativa agli sfratti e gli espropri subiti negli ultimi mesi da alcune delle etnie tribali del paese e dagli abitanti di svariate favelas, in funzione di piani urbanistici voluti per la costruzione di nuovi impianti sportivi.



martedì 25 giugno 2013

[Mondiali 2014 - Brasile] Non solo Brasile. Già in Sud Africa la Coppa del Mondo fece venire al pettine le contraddizion

“Questa non è una canzone sul calcio, non è una canzone su chi sostiene la Coppa del Mondo e chi no; questa è su chi paga per la Coppa del Mondo e su chi fa profitti. È una canzone sulla responsabilità, su chi è debitore di chi, sui risarcimenti, è su una nazione che ancora paga per i proiettili che hanno macchiato col sangue la nostra storia. L’orgoglio di una nazione è più grande di un campo di calcio. Questa canzone è per utilizzare la palla per la caduta del sistema.”
Khulumani, musicista sudafricano

Le proteste in Brasile hanno avuto come motivo scatenante l’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici. Ma in alcune città, tra le quali la capitale Brasilia, tale aumento non era stato previsto. È chiaro quindi che le ragioni di chi oggi scende in piazza vanno ben al di là della rivendicazione di un passo indietro sull’aumento di 20 centesimi sul prezzo dei biglietti. Un obiettivo, tra l’altro, già raggiunto, ma che non è coinciso col ritorno a casa di centinaia di migliaia di manifestanti. Un altro dei temi venuto fuori con forza è legato all’ormai prossimo Mondiale di calcio, che si terrà (forse sarebbe meglio utilizzare il condizionale a questo punto) nel paese lusofono. Le enormi spese per la costruzione degli stadi, alcuni vere e proprie cattedrali nel deserto, i fiumi di denaro che si disperdono chissà dove, l’occultamento della povertà in previsione dell’arrivo di turisti occidentali e danarosi, contrastano in maniera imbarazzante con i problemi che si registrano nell’ambito della sanità, dell’istruzione, dei trasporti e in generale dei servizi pubblici. Il Brasile non è il primo paese in cui queste contraddizioni emergono in maniera tanto cristallina. Ciò che le sta facendo entrare nelle coscienze di milioni di persone in tutto il pianeta è la mobilitazione di massa, i milioni di donne e uomini scesi in strada, sfidando la repressione statale che ha già causato decine di feriti e almeno due morti.
La storia non era però tanto diversa nel Sud Africa dei mondiali del 2010. Anche lì fondi spropositati per la costruzione di opere che tutt’al più avrebbero rivestito una funzione per un mese, prima di diventare “white elephants”, come le definirebbero gli anglofoni. Il Mondiale poteva essere l’occasione per i più distratti per gettare lo sguardo su un paese lontano solitamente dalle cronache e che la nostra concezione lineare della storia voleva tra l’altro indirizzato verso uno sviluppo al contempo economico e sociale. La fine dell’apartheid, Mandela che agli occhi dell’opinione pubblica viene trasformato da terrorista in eroe (inter)nazionale, alti tassi di crescita del PIL: questo era ciò che si vedeva. Le condizioni di centinaia di migliaia di lavoratori, le discriminazioni tutt’altro che sparite erano invece occasione di denuncia e di lotta per pochi irriducibili oppositori. Tranne poi scoprire che forse la polizia del Sud Africa democratico non è poi così diversa da quella dell’apartheid, che la repressione dello stato, l’agire delle multinazionali hanno saputo adattarsi perfettamente al mutato contesto istituzionale: il massacro di Marikana ha forse fatto sì che in tanti facessero cadere il velo che copriva i loro occhi. Già nel cammino che portava ai Mondiali del 2010 qualcuno aveva provato a far sentire la voce degli ultimi, degli oppressi. La FIFA e quei miliardi spesi in opere utili solo al profitto delle grandi imprese e non al benessere di tantissime e tantissimi esclusi dallo ‘sviluppo’ della ‘S’ dei BRICS divenivano bersaglio polemico, obiettivo da colpire.

Il brano che presentiamo qui è solo una delle espressioni che assunto questa protesta, che non si è espressa con la mobilitazione di massa cui assistiamo oggi in Brasile. Ma le contraddizioni erano simili e il conflitto, per quando possa andare sotto traccia, non può essere eliminato.

“Gli stadi sono splendidi e i giocatori fighissimi / i ricchi ingrassano sempre più mentre il popolo sembra magro / la scena sembra preparata per una partita vera / non ho mai visto uno schema migliore che questa trama che hanno tratteggiato / gli stessi che hanno ucciso i nostri profeti, gente / gli stessi che stanno macinando profitti, gente / il sangue sulla palla che il giocatore calcia è lo stesso sangue versato nel 1976.” (nel giugno 1976 una rivolta scoppiò a Soweto, indirizzandosi contro il regime di apartheid che vigeva all’epoca. Il governo reagì con una repressione durissima che portò al massacro di centinaia di persone in soli 10 giorni.)






giovedì 20 giugno 2013

Chacarita Juniors: ovvero quando l'operaio sconfisse l'oligarca

In un precedente articolo vi abbiamo parlato del calcio come espressione politica e sociale, andando a scoprire le origini e le idiosincrasie di alcune dei principali club del continente sudamericano. Vi proponiamo qui di seguito la storia di una di queste squadre, il Chacarita Juniors, che alla fine degli anni '60 assurse ai massimi livelli del calcio argentino, nonostante le origini umili del club, che era diretta emanazione della classe operaia della provincia di Buenos Aires. Una storia che ci dimostra come anche senza tanto denaro, ma con tante buone idee, solidarietà e gioco collettivo, si possa vincere, nel calcio come nella vita, sebbene di fronte vi siano colossi internazionali - come il Rivel Plate - espressione delle élite nazionali ed internazionali.

La fondazione:
Verso la fine del XIX secolo e all'inizio del XX, nel momento di massima ascesa del movimento operaio internazionale, e seguendo l'ideologia delle associazioni socialiste ed anarchiche in Europa e in America, i lavoratori, accanto ai primi sindacatifondarono - un pò ovunque - club sociali e sportivi, antenati delle attuali squadre di calcio. Questi club nacquero sopratutto nel Cono Sud, dove arrivavano centinaia di esiliati politici o coloro che scappavano dalla povertà in cerca di una nuova vita. Così un 1 di maggio, del 1906, fu il giorno scelto per fondare il Club Atlético Chacarita Juniors, su iniziativa di alcuni operai anarchici e socialisti. Lo storico evento si svolse in un locale di una delle sezioni del Partito Socialista all'angolo tra via Federico Lacroze e Álvarez Thomas, cuore del quartiere di Chacarita. Una squadra che sin dalle sue origini si è caratterizzata per essere una delle più umili d'Argentina. I colori scelti per la squadra furono il rosso, il bianco ed il nero per i seguenti motivi: il rosso per il socialismo in cui credevano tutti i suoi fondatori; il bianco per la purezza dei suoi membri; il nero per il lutto e per il cimitero del quartiere di Chacarita, dove nacque il club. Per questo stesso motivo il club è conosciuto anche come "El Funebrero - Il Becchino". Nel 1920 si affiliò all'Associazione di Calcio Argentina e nel 1925, dopo aver lottato molto, ottenne di partecipare per la prima volta alla Primera División (corrispondente della Serie A italiana). La sua partecipazione fu eccezionale finendo il campionato in quarta posizione. Una squadra che, comunque, ha sempre oscillato tra la Prima e la Terza divisione e che ha vinto il suo unico titolo nel 1969...

Chacarita Juniors campione 1969:
Giunge da San Martin  la squadra che in silenzio, con umiltà e con un calcio spettacolare come premessa e l'idea di gruppo a sovrastare ogni tipo di individualità, si è rivelata la sorpresa del campionato "Metropolitano" argentino, mettendo il proprio nome più in alto di tutti, in un'era dove non era raro vedere l'umile detronizzazione il più grande. Proprio come aveva fatto due anni prima l'Estudiantes de la Plata, nel Metropolitano del 1969 il Chacarita dimostrò ancora una volta che anche i più deboli possono trionfare. Che nel calcio, in fin dei conti, chiunque può vincere. Incluso i più umili a discapito dei più ricchi. La sorpresa fu grande nel contesto del calcio argentino degli anni '60. La squadra dei becchini, era una delle squadre con meno possibilità di vincere il titolo tra tutte quelle che partecipavano alla Primera División. Ma il tempo dimostrò come quello storico titolo non fu una casualità né tanto meno una prodezza isolata. La squadra, infatti, lottò per il titolo anche nelle successive due stagioni e sorprese il mondo intero nel corso del torneo Joan Gamper del 1971, battendo 2 a 0 il Bayern Monaco di Beckembauer, Breitner e Muller e perdendo solamente in finale contro i padroni di casa del Barcellona. L'allenatore Geronazzo fu colui che cominciò a plasmare i suoi campioni. Maestro della tattica, dopo il suo arrivo nel club nel 1968, mise mano alla squadra,
cambiando la posizione di alcuni elementi chiave e lasciando massima libertà ai suoi talenti più puri. Gli successe, alla guida tecnica, Federico Pizarro che ebbe la grande virtù di mantenere lo schema tattico con cui giocava la squadra. Così senza stelle luccicanti ma con un grande gioco di squadra, il Chacarita cominciò a vincere e vincere, terminando al primo posto del suo girone assieme al Boca Juniors. A quell'epoca il campionato argentino era diviso in due gruppi da 11 squadre ciascuno, dai quali uscivano fuori le quattro semifinaliste. Siccome gli Xeneizes (soprannome del Boca Juniors) avevano una migliore differenza reti, il Chacarita terminò il proprio girone in seconda posizione andando così ad incontrare la prima classificata dell'altro raggruppamento, il Racing Club, che era indicato come grande favorito. Pizarro, prima di questa partita, a causa di divergenze con la dirigenza, rassegnò le proprie dimissioni e fu rimpiazzato da Víctor Rodríguez. Episodio che, comunque, non impedì al Chacarita di raggiungere una storica finale. A tre minuti dallo scadere, infatti, Recúpero siglò l'unico goal della partita, che regalò alla sua squadra l'accesso in finale. Nell'altra semifinale a trionfare fu il River Plate. La finale era, dunque, Chacarica - River Plate. E proprio in questa storica partita il Chacarita visse il giorno più bello della sua vita, battendo 4 a 1 i "millonarios", squadra tradizionalmente dell'élite argentina. Fu una goleada impressionante, una dimostrazione di superiorità totale della formica sul gigante, dell'umile sul ricco, dell'operaio sull'oligarca. il Chacarita, con armi quali la solidarietà e il concetto di squadra, arrivò in cima al calcio argentino, aggiungendo al suo stemma la sua prima - ed unica - stella (simbolo della vittoria del campionato).

lunedì 17 giugno 2013

[Les rebelles du foot] Sócrates: democracia corinthiana

"I ribelli del calcio", documentario diretto da Eric Cantona, descrive la vita di cinque calciatori che sfidarono il potere costituito e uscirono vincitori. Qui vi propoiamo la storia di uno di loro, quella di Socrates Brasileiro Sampaio de Souza de Oliveira, giocatore del Corinthians e della selezione nazionale brasiliana degli anni '80, ai tempi della dittatura militare. "Vincere o perdere, ma sempre con democrazia.Questo era il motto che emerse come uno dei prodotti del pensiero di una delle generazioni più importanti del Timão. Si tratta del movimento nato nel contesto del processo di ridemocratizzazione brasiliana nella prima metà degli anni '80. Il Corinthians, con l'elezione a presidente di Waldemar Pires, si apprestava a vivere tempi nuovi. Aggiungendo ai cattivi risultati della stagione 1981, la partenza del presidente Vicente Matheus e gli spiragli di libertà durante il periodo della democratizzazione della politica brasiliana, lo scenario che si apriva era piuttosto favorevole. Sotto lo slogan della Democrazia Corinthiana, creato dal pubblicitario Washington Olivetto, il club si apprestava a vivere un'esperienza rivoluzionaria per l'intero mondo del calcio. Ideata da sociologo Adilson Monteiro Alves - chiamato a integrare il nuovo Dipartimento di Football del Club - l'inedita proposta riuniva dirigenti, amministratori, dipendenti, tecnici e giocatori sotto il principio dell'auto-gestione. In altre parole, tutti avevano il diritto di opinare sulle decisioni interne e votare ciascuno, indipendentemente dalla posizione, con lo stesso valore. Oltre al contributo positivo di una ideologia di resistenza al regime militare, il gruppo di atleti era certamente talentuoso, avendo tra le proprie, fila grandi idoli come Casagrande, Zenon, Biro-Biro, Zé Maria,Wladimir e Socrates.

Di Ángel Cappa
apparso su "Crónica Popular"


Socrates Brasileiro Sampaio de Souza de Oliveira è stato un calciatore elegante, fine, di talento e carismatico. Non solo ha creato illusioni  in tutto il mondo con una palla, ma ha contribuito - con la sua ideologia progressiva - a combattere la dittatura militare in Brasile che si era installata nel 1964 a seguito di un colpo di stato contro Joao Goulart e che è continuata fino alla metà degli anni '80Adilson, quando  si presentò al campo del Corinthias, aveva detto: "Il paese è in lotta per la democrazia. In caso di successo, il calcio rimarrà in disparte, perché anche nei paesi democratici il calcio è conservatore. Dobbiamo cambiare questo". I giocatori, in un primo momento, si guardarono perplessi, ma poi Socrates raccolse la sfida e con gli altri colleghi diede il via alla "rivoluzione" di cui aveva bisogno il calcio e la società. "Abbiamo abolito il processo che esisteva nel calcio, dove i presidenti impedivano ai giocatori di diventare adulti", ha rivelato Socrates. "Nei miei compagni di squadra, all'inizio, c'era ansia", ha detto, "non erano abituati ad esprimere la propria opinione e a decidere. Ma cominciarono ad imparare e si prepararono ad affrontare la propria professione e la propria vita". Si riunivano, discutevano e decidevano a maggioranza tutti i temi trattati. Per esempio, invece di ricevere premi per le vittorie, proposero di partecipare ad una percentuale dei ricavi e un altro della sponsorizzazione e della televisione. Questo denaro lo dividevano in parti uguali sia tra i giocatori sia con gli altri componenti della squadra, sia con i medici sia con l'autista dell' autobus della squadra. I dirigenti, inizialmente, si opposero ma poi non potettero fare altro che accettare la proposta vista la forza del movimento "guidato" da Socrates. A poco a poco acquisirono potere e arrivarono persino a stabilire loro stessi  gli orari,  il metodo e l'intensità degli allenamenti, il giorno della partenza e il mezzo di trasporto per le trasferte, rinforzi e anche l'allenatore. Scelsero la normalità e, per questo, era usuale vederli fumare o bere una birra. Distrussero il mito dell'esser concentrati prima di una partita. Fu di Socrates l'idea di  incorporare uno psicologo ed elessero Flavio Gikovate, una delle eminenze della psichiatria in Brasile. Li aiutò a raggiungere il successo sportivo: vinsero due campionati e prima di una delle finali giocate, scesero in campo reggendo uno striscione con su scritto: vincere o perdere, ma sempre con democrazia. Perché temevano che una sconfitta annullasse o comunque diminuisse l'influenza del movimento. Vinsero con un gol di Socrates, che quell'anno fece 28 goals in 31 partite. "Quando siamo entrati in campo" disse Socrates, "ci giocavamo molto più di una semplice partita di calcio. Combattevamo per la libertà nel nostro Paese". Per questo i buoni risultati erano necessari. All'età di 30 anni, dopo aver respinto l'offerta della Roma, decise di accettare la proposta della Fiorentina e fare un'esperienza nel calcio italiano. I conservatori approfittarono della partenza di Socrates per riconquistare il potere nel club e mettere fine al movimento. Ma l'esperienza non è stata vana. "Sono sicuro che tutti i giocatori che hanno vissuto questa avventura sono meglio adattati socialmente che i giocatori di altri club", ha detto SocratesQuando smise di giocare e dopo alcune esperienze come allenatore, ha continuato a praticare la medicina, scrivere canzoni e opere teatrali, e divenne consulente pedagogico di una scuola che aprì suo fratello Rai in una favela di San Paolo. Socrates, nonostante come calciatore si distinse per la sua immensa qualità, divenne celebre anche per il suo rifiuto ad accettare le regole del gioco e in particolar modo il fatto che il risultato venisse prima di tutto il resto. Socrates non ha mai perso né il piacere di giocare né il  gusto di farlo nel miglior modo possibile. Tanto che, secondo la leggenda, dopo aver perso quella famosa partita con l'Italia nella Coppa del Mondo dell' '82, durante la quale il Brasile diede un meraviglioso spettacolo, e vedendo i suoi compagni di squadra molto tristi negli spogliatoi, avrebbe detto: "Va tutto bene. Abbiamo perso nient'altro. Ma lo spettacolo che abbiamo offerto non sarà mai dimenticato".

venerdì 14 giugno 2013

[Les rebelles du foot] Carlos Caszely, che si rifiutò di stringere la mano a Pinochet

I ribelli del calcio”, documentario diretto da Eric Cantona, descrive la vita di cinque calciatori che sfidarono il potere costituito e uscirono vincitori. Qui vi proponiamo la storia di uno di loro, quella di Carlos Caszely, giocatore del Colo Colo e della selezione nazionale cilena negli anni '70 e '80, ai tempi della dittatura di Pinochet. Se fossimo a teatro la scenografia sarebbe quella di uno stadio, del più importante stadio nazionale. Le comparse sarebbero tante, tantissime. Ne servirebbero migliaia, a dire il vero. E la scena madre sarebbe quella di due mani incrociate dietro la schiena che si rifiutano di venir fuori e di distendersi per andare ad incontrare altre mani. Le altre mani, quelle cui Carlos rifiuta di far giungere le sue in segno di saluto, sono sporche di sangue. Sono le mani di Pinochet. E quel piccolo gesto di Carlos è una grande sfida all'assassino che si incaricò, rappresentando gli interessi della borghesia cilena e dell'imperialismo statunitense, di distruggere e annientare il sogno di milioni di comunisti, socialisti, sostenitori della teologia della liberazione.




Di Fernando Araújo Vélez,
Tratto da “El espectador”

E improvvisamente, dopo un pallone di calcio, di quei vecchi palloni di calcio in bianco e nero, appaiono aerei che bombardano, bombe che cadono, fuoco che incendia, uomini che muoiono. Immagini di tragedia e di morte. Salvador Allende dice per radio che, se necessario, sarebbe morto per difendere la causa di quelli che avevano votato per lui. E morì, ovvio. Doveva morire. E di nuovo le bombe e gli aerei, il dolore, la striscia di sangue che poi avrebbero cantato alcuni come Pablo Milanés: “Yo pisaré las calles nuevamente, de lo que fue Santiago ensangrentado, y en una hermosa plaza liberada, me detendré a llorar por los ausentes” http://www.youtube.com/watch?v=0N4_wjKrsao (“Calcherò di nuovo le strade di quella che fu Santiago insanguinata, e in una bella piazza liberata, mi fermerò a piangere per gli assenti”) o come Silvio Rodríguez: “Eso no está muerto, no me lo mataron, ni con la distancia ni con el vil soldado” http://www.youtube.com/watch?v=WXdNXLJBGMk (“Questo non è morto, non me lo uccisero, né con la distanza né col vile soldato”).
Dopo viene Carlos Caszely. Il baffo di sempre, ora un po' canuto. Qualche chilo in più, lo stesso sorriso umile di prima e lo stesso eterno dolore che si dirama dal suo sguardo. Appare per dire, come prima, come sempre, che ciò che accadde fu l'orrore, quell'11 settembre 1973 sarà il giorno che nessun cileno potrà dimenticare. Dopo tace e tornano le immagini: “Fu l'episodio di calcio più incredibile che abbia visto nella mia vita, la scena più assurda di un gioco. Nemmeno nel quartiere vissi un solo giorno tanto stupido, tanto vuoto, tanto bugiardo”. Parlava di una partita di calcio nello Stadio Nacional che la FIFA, il governo di Augusto Pinochet, gli imprenditori della televisione, gli organizzatori della Coppa del Mondo in Germania del 1974, i vicini, i giornalisti permisero e promossero.
Lì, nello Stadio Nacional di Santiago, avevano ucciso Victor Jara, “Te recuerdo Amanda” e lì avevano fatto scomparire centinaia, migliaia che mostravano le immagini, migliaia vessati, coraggiosi, anche ribelli. Lì, nello stadio Nacional, quartiere di Ñuñoa, Santiago del Cile, il 12 settembre 1973 avevano cominciato a portare tutti i “sospetti” di allendismo che c'erano in città. Allende era morto un giorno prima, durante la presa della Moneda, il palazzo presidenziale, insieme a diversi altri suoi sostenitori. Si suicidò – dissero. Lo assassinarono – risposero. Morì, informò, laconico, il Governo, e coprì con una coltre di silenzio l'accaduto.
I militari andavano per le strade e arrestavano chiunque che non fosse, in maniera chiara, sostenitore del nuovo regime. Prima i poeti, i musicisti, gli scrittori e i filosofi, gli studenti e i professori. Poi, gli operai. Li torturavano affinché facessero nomi, numeri di telefono, indirizzi, e poi li inviavano al Nacional. Quando una spedizione della FIFA approvò le condizioni, molti detenuti erano stati trasportati nei sotterranei dello stadio, sorvegliati con mitragliette affinché non alzassero la voce. Atilio D'Almeida e Helmuth Kaeser dissero “sì, si può giocare qui”. Il Cile aveva avuto accesso alla fase decisiva delle eliminatorie per la Coppa del Mondo di Germania dopo aver vinto una partita contro il Perú.
Doveva scontrarsi con l'Unione Sovietica, che aveva ottenuto l'accesso all'ultima fase dopo aver sconfitto la Francia. La partita di andata doveva essere giocata a Mosca il 26 settembre. Quella di ritorno a Santiago, il 21 novembre. I cileni stavano intensificando la loro preparazione in vista del doppio incontro quando Pinochet prese il potere. “Quel giorno ero agli allenamenti. Tutto era fumo, sangue, rumore. Io fui fermato per lo meno 10 volte dai militari, ma vedevano la borsa della selezione cilena e mi lasciavano passare”, ricordò poi il difensore Eduardo Herrera parlando con Pablo Aro. Tutto era fumo e sangue e morte. Così viaggiarono i cileni per scontrarsi con i sovietici a Mosca, dove i giornali scrivevano e gridavano che in Cile si massacrava, che in Cile spariva la gente, che in Cile si torturava.
Il risultato fu di 0 a 0. Augusto Pinochet e i suoi e migliaia di ingenui ignoranti esultarono. Ma il fumo e la morte continuavano e lo stadio Nacional era un bollitore di paure. Gregorio Mena Barrales, governatore di Puente Alto, una località vicina a Santiago, ricordava che “tutti i giorni rilasciavano 20, 50 persone... Li chiamavano con gli altoparlanti. Li interrogavano”. Li costringevano a firmare un documento in cui dichiaravano “di non aver ricevuto maltrattamenti nello Stadio” (sebbene su alcuni ancora fossero vivi i segni delle torture e dei colpi ricevuti). Tutti firmavano, era il prezzo da pagare. Molti ricaddero nella rete. La maggior parte di loro si unì alla lotta clandestina. “Tutti speravamo di sentire il nostro nome una buona volta nelle 'Liste della Libertà', era logico e legittimo. Non eravamo colpevoli d'altra cosa che di essere difensori della legittimità costituzionale. In circa millecinquecento non fummo mai chiamati. Col passare dei giorni gli spalti si andarono spopolando: molti rilasciati, altri assassinati di notte e un paio di suicidi...”
Valeva tutto. Il fine giustificava i mezzi e i mezzi erano aberranti. Il governo dei militari dettava le condizioni. La FIFA le avallava. Il popolo taceva. La stampa era accondiscendente. Copriva. Puliva il sangue. Assisteva alle feste dei criminali. Pochi giorni prima della partita determinante, i sovietici decisero di non andare a Santiago. “Ero presente nello 0-0 giocato a Mosca – avrebbe spiegato Oleg Blokhin, la figura che spinse per l'esclusione dei sovietici. Ma parlammo con la squadra e decidemmo di non giocare il ritorno. Non volevamo farlo perché c'era Pinochet al governo. Per noi era pericoloso viaggiare in Cile e portammo le nostre preoccupazioni dinanzi alla federazione calcistica. Alla fine si decise di abbandonare la fase eliminatoria”.
La federazione emise un comunicato diffuso dalla United Press International: “Per considerazioni di carattere morale gli sportivi sovietici in questo momento non possono giocare nello stadio di Santiago, seminato col sangue dei patrioti cileni […] L'Unione Sovietica protesta risolutamente e dichiara che nelle attuali condizioni in cui la FIFA, operando contro i dettami del senso comune, permette che i reazionari cileni portino avanti la partita, deve rifiutare di partecipare al match eliminatorio in territorio cileno e addossa le responsabilità per tale gesto all'amministrazione della FIFA”.
Il giorno della partita, il 21 novembre 1973, i giornali annunciavano la qualificazione con grandi titoloni. I calciatori si sentivano in trappola. Non potevano rinunciare a nulla, ma la gente gli si avvicinava e gli chiedeva la liberazione di un cugino, di un figlio, dell'amico. E negli spogliatoi, nella serata della partita, percepivano un lontano odore di morte e sangue e fumo. “Ci fece rabbrividire – ha ricordato 30 anni dopo Leonardo Veliz. Credo che ci fossero ancora i segni di ciò che era accaduto negli spogliatoi e fu qualcosa di molto difficile da realizzare e prendere su di sé.” La giornata iniziò con l'inno nazionale e la selezione cilena schierata dinanzi alla bandiera nazionale. Dopo, verso le cinque del pomeriggio, “erano le cinque del pomeriggio”, come avrebbe scritto García Lorca, l'arbitro, Francisco Hormazábal, diede l'ordine di dare inizio alla parodia.
I cileni uscirono in mezzo al campo. Fecero vari tocchi, si avvicinarono, finché Francisco Valdez segnò, sorridendo affinché i fotografi potessero immortalare la scena. Sorridendo affinché decine di migliaia dimenticassero. Sorridendo per mettere la firma su una mediocre e sanguinosa opera di calcio. Dopo poche ore il presidente inviò un comunicato in cui si congratulava con gli atleti e li invitò al Palazzo. “Tutto era fastosità, cerimonia, solennità”, avrebbe poi detto Caszely. “All'improvviso si aprì una grande porta e apparve Augusto Pinochet, con gli occhiali scuri e l'uniforme, impeccabile”. Caszely mise le braccia dietro la schiena e incrociò le mani, pensando alle vittime, ricordando coloro che lo supplicavano di intercedere per questo o per quello.
Quando arrivò il mio turno di salutare, serrai le mani. Pinochet non poté far altro che procedere oltre”, ha ricordato. Alcuni mesi dopo, il dittatore si sarebbe vendicato. C'è a questo punto un taglio nel film e le immagini passano ad Éric Cantona che spiega che in quegli anni Carlos Caszely era il grande idolo dei cileni. Tutto gli era permesso. Ogni volta applausi. Dopo, la storia passa al 1990, l'anno del plebiscito che avrebbe deciso le sorti del Cile. Ci furono campagne sordide affinché il popolo votasse per il “Sì” a Pinochet e al “continuismo”, e campagne di grande abnegazione per il “No”. In una di queste, trasmessa dalla televisione, si poteva vedere una signora che raccontava come tra la fine del 1973 e gli inizi del 1974 i militari l'avevano detenuta per ordine diretto di Augusto Pinochet. “Furono talmente tante le vessazioni e le torture che subii, che non ho voluto raccontarle per rispetto nei confronti dei miei figli e di mio marito”. Subito dopo, la videocamera dello spot inquadrava Carlos Caszely, che camminava e si dirigeva verso la signora. Allora la abbracciava e diceva: “Io voto per il no per tante ragioni, per il futuro e la democrazia, e anche perché questa signora qui è mia madre”.

martedì 11 giugno 2013

Calcio, movimento operaio e resistenza [II]

Pubblichiamo il secondo capitolo di una nostra traduzione di un saggio di qualche anno fa sulle origini, la valenza politica e sociale, il rapporto del calcio con il sistema capitalistico. Malgrado soprattutto l'accelerazione degli ultimi anni ci stia consegnando uno sport ben diverso da quello che fu, non dobbiamo renderci complici del progetto di rimozione della memoria storica che opera anche nell'universo sport. Il calcio nasce infatti sulla base di un intimo legame con il movimento operaio: non solo perché a creare i primi club furono proprio lavoratori ed associazioni e sindacati operai, ma anche perchè il movimento calcistico marciò di pari passo con le rivendicazioni per le otto ore e per spazi e tempi associativi e ricreativi. Proprio un ritorno a quelle origini sta portando in diversi luoghi del pianeta alla riproposizione, in chiave naturalmente attualizzata, dei valori e dei comportamenti che di quegli albori furono caratteristici. L'opposizione al calcio moderno non può non guardarsi alle spalle per immaginare il cambiamento.   

Capitolo II. Il calcio come espressione politica e sociale.



Nella metà del XX secolo, gli appassionati del Racing Club de Argentina, riunitisi sotto il nome de "La Guardia Imperiale", erano per lo più lavoratori del quartiere di Avellaneda, Buenos Aires, dove ha la propria casa la squadra Albiceleste. Il movimento peronista trovo maggiore appoggio e forza, proprio nel quartiere Avellaneda, dove vivevano le masse lavoratrici seguace del leader. Per questo motivo, lo stadio del Racing prende il nome da Juan Domingo Peron.

In Spagna, il club catalano del Barcellona, conosciuto come "Barça", ha da sempre rappresentato e simboleggiato la Repubblica spagnola in opposizione al monarchico, franchista e aristocratico Real Madrid (che è diventata una delle squadre più razziste del mondo: quando, ad esempio, il giocatore colombiano Freddy Rincón fu acquistato dalla società madrilena i tifosi del Real lo fischiarono e prepararono uno striscione mostrato allo stadio che recitava "selvaggio nero, tornatene di nuovo nella giungla"). A Barcellona il grado di identificazione con la Repubblica era talmente alto che, una volta cominciata la guerra civile spagnola (nel 1936), la squadra intraprese un tour internazionale per raccogliere fondi per la resistenza repubblicana e la lotta contro il franchismo.

Durante gli anni 1960 e 1970 nel Sudamerica, le neonate “barras bravas" divennero il cuore pulsante di una vera e propria protesta sociale contro le dittature in Argentina, Cile e Uruguay. Le barras, frequentate per lo più da giovani, nel corso degli anni divennero veri e propri spazi di resistenza, dove si intonavano canti ribelli e dove si sventolavano bandiere che denunciavano la violazione dei diritti umani o che chiedevano la fine della dittatura.

Dall'epoca moderna in poi, i popoli vengono rappresentati nel contesto globale dagli Stati nazionali. Ed oggi, infatti, uno dei simboli principali di questa rappresentazione sono le squadre nazionali di calcio. Per questo motivo, negli ultimi anni è nata la nazionale di calcio palestinese che, a causa del blocco e l'occupazione militare israeliana dei loro territori, deve accontentarsi di convocare giocatori provenienti da altri paesi, ma d'origine palestinese, come quelli che vivono in Cile e Argentina, che, pur essendosi "latinoamericanizzati" conservano la cultura araba ma soprattutto la nazionalità e le tradizioni palestinesi, e che per questo sono fieri di rappresentare la Palestina con la selezione nazionale di calcio.

Nel 1999, durante l'aggressione militare degli Stati Uniti e della NATO contro la Jugoslavia, decine di giocatori provenienti da quel paese e che giocavano in squadre europee, si sono fatti portavoce di un movimento contro la guerra e l'aggressione militare occidentale. Quando segnavano, festeggiavano mostrando magliette con su scritto "NATO assassina", "fuori le truppe dalla Jugoslavia" o "abbasso la NATO". Questo movimento ebbe un impatto internazionale di così grande rilievo, che la FIFA decise di proibire di mostrare magliette con qualsiasi tipo di scritta e punire i giocatori che lo facevano, attaccando apertamente la libertà di espressione.

Il calcio è stato, anche, una delle migliori idiosincrasie dei popoli, riflettendo caratteristiche nazionali come il Garra Charrua" degli uruguaiani, o la "fuerza guaraní" dei paraguaiani, tra i molti altri casi di una reale rappresentazione sociale dei diversi popoli. Ma trascendendo lo spazio nazionale, possiamo dire che il calcio riflette anche le contraddizioni sociali e le differenze all'interno delle società. Ad esempio, il Boca rappresentava gli immigrati poveri e i lavoratori che arrivavano a Buenos Aires e si stabilivano nei pressi del porto, nel quartiere de La Boca. Il suo tradizionale rivale, il River Plate, ha, invece, le sue strutture in un quartiere prestigioso della città, e dispone di uno stadio di lusso dove gioca anche la nazionale argentina. Il River era soprannominato "los millonarios", in riferimento alle grandi risorse economiche a disposizione e ai costosi trasferimenti dei giocatori che hanno fatto la storia di questo club e non solo.
pragmatismo inglese, la ferma attitudine tedesca, la gioia del Brasile, il "

In Colombia, la squadra dei “Los Millonarios”, come gli omonimi argentini incarna valori quali trionfalismo, tradizione e prestigio. La squadra che è chiamata anche il "ballet azul", si distingue per la sua contabilità mercantilista delle "13 stelle" ottenute. Mentre il suo storico rivale, il club Santa Fe, rappresenta "l'artiglio", e la forza del popolo, il sacrificio, l'umiltà, la nobiltà, e la capacità di far fronte alle avversità. Il club Santa Fe, che è stato il primo campione di calcio colombiano pur non avendo i favori del pronostico, è diventato una grande squadra grazie allo spirito di sacrificio dei proprio calciatori, e negli ultimi anni, ha affrontato i "narco-dreamteams" di Gacha, Escobar e dei Rodriguez.

In un paese dove hanno messo le radici il dogmatismo politico e l'intolleranza, vengono meccanicamente collegati il blu della maglietta dei Millionarios con il conservatorismo. Al contrario, su una delle bandiere dei supporters del Santa Fe è raffigurato il leader popolare Jorge Gaitan, figura ricordata da questa tifoseria, e che viene ricordato come "del popolo", cioè santafereño.

Di Camilo Rueda Navarro
Pubblicato sulla rivista Viento del Sur, n.2, aprile 2005

giovedì 6 giugno 2013

[Europei U21 - Israele 2013] Napoli - Torneo di calcio popolare "Cartellino Rosso all'Apartheid Israeliana"


Sabato 8 giugno Napoli ospiterà il torneo di calcio popolare "Cartellino Rosso all'Apartheid Israeliana", manifestazione che rientra nell'ambito delle iniziative di boicottaggio degli europei di calcio maschile U21 Israele 2013, che hanno preso il via ieri. Pubblichiamo qui di seguito l'appello della "Rete cittadina contro gli Europei Uefa 2013 in Israele", organizzatrice e promotrice dell'evento, convinti che il calcio debba essere strumento d'unione e fratellanza e non l'ennesima arma nelle mani di chi tortura, ammazza ed esclude. Aver permesso allo stato d'Israele di ospitare la manifestazione sportiva, infatti, equivale all'ennesima legittimazione non solo dell'esistenza dello stato israeliano ma anche della sua politica razzista ed antidemocratica. E l'aver utilizzato lo sport, ed in particolare il calcio, come strumento per la normalizzazione  del conflitto arabo-israeliano e dell'illegale occupazione del territorio palestinese, rende esplicito il fatto che il calcio non è un semplice sport, quello più amato e seguito al mondo, ma anche un importantissimo mezzo utilizzato per veicolare messaggi ed idee che oltrepassano i confini sportivi e che per questo rappresenta un qualcosa di cui riappropriarsi sottraendolo dalle mani di chi ogni giorno speculando sulle nostre vita esclude, affama ed uccide.

Appello della Rete cittadina contro gli Europei Uefa 2013 in Israele

“La resistenza non è solo lotta armata. Si può resistere usando una penna, un pennello, la voce e lo sport. Siamo tutti combattenti per la libertà, ma ognuno di noi ha la sua arma. […] Essere un rappresentante della nazionale di calcio palestinese fa di me una minaccia per Israele. Sono sempre stato appassionato a proposito della costruzione di una presenza della Palestina nel mondo dello sport. Ho rappresentato la Palestina in alcune partite di calcio, a livello locale ed internazionale, e ho avuto l’onore di sventolare questa bandiera ovunque abbia giocato.” Mahmoud Sarsak - calciatore palestinese.

Il 5 Giugno hanno avuto inizio le fasi finali degli Europei Uefa Under 21. Oltre ad assumere il classico formato della manifestazione sportiva internazionale, la rilevanza di questo evento è data dalla sua nazione ospitante, Israele. Molti calciatori professionisti come Didier Drogba, Frédéric Kanouté e Jeremy Menez si sono espressi a riguardo attraverso una lettera inviata al giornale britannico The Guardian dove scrivono “la Uefa non dovrebbe permettere a Israele di utilizzare un prestigioso evento del calcio per mascherare la negazione razzista dei diritti dei palestinesi e l'occupazione illegale di terra palestinese”. E' proprio in Israele che la Uefa, ha deciso di svolgere la manifestazione calcistica, in uno Stato che si è macchiato e continua a macchiarsi di gravi crimini contro il popolo palestinese: dall’espropriazione delle terre alla continua elaborazione di politiche di controllo attraverso l’instaurazione di un regime di Apartheid e di esclusione, dove la quotidianità è caratterizzata dalla violenza con cui lo stato Israeliano gestisce “la questione palestinese”. Promuovere un'iniziativa sportiva di questa portata, significa legittimare ancora una volta un governo antidemocratico e razzista che per sessantacinque anni ha relegato un' intera popolazione a vivere in una striscia di terra e nei campi profughi, significa legittimare nuovamente quel muro che dal 1994 (Accordi di Oslo) divide materialmente i territori di Gaza con quelli Israeliani, definendo confini tra i popoli e tra comunità. Da sempre Israele ha goduto dell'amicizia di due potenti alleati USA ed Unione Europea con cui negli ultimi anni ha affinato sempre di più i rapporti tanto da rendere quest'ultima il suo primo partner commerciale. Non risulta difficile dedurre il perché della scelta di rendere Israele paese ospitante per la competizione: Il campionato diventa - come accaduto per altre iniziative apparentemente non politiche – un' arma che Israele utilizza per normalizzare il conflitto e legittimare l'insediamento del suo potere.

Il calcio in questo contesto, assume un significato distorto e difficile da comprendere a noi che del calcio
facciamo il nostro pane quotidiano. 
Lo sport come strumento per abbattere barriere e costruire reti di solidarietà e resistenza è quello che siamo abituati a produrre e a socializzare, la manifestazione sportiva Euro Under-21 in Israele va boicottata per il suo portato fortemente razzista ed escludente, perché contemporaneamente alla manifestazione milioni di persone vivono in uno stato di Apartheid e di marginalizzazione, perché contemporaneamente alla costruzione degli impianti sportivi dedicati ad Euro 2013, quel muro continua ad essere li in piedi definendo chi sta dentro e chi resta fuori, chi è cittadino e chi suddito, chi comanda e chi obbedisce. 

RETE CITTADINA CONTRO GLI EUROPEI UEFA 2013 IN ISRAELE

Per maggiori info: Evento Facebook

mercoledì 5 giugno 2013

[Europei U21 - Israele 2013] Livorno - Empoli: messaggi per la Uefa in solidarietà con la Palestina

Domenica 2 giugno, ore 20:45. A Livorno tutti sono in trepidazione per la partita dell'anno. Quella che potrebbe riportare la propria squadra nella massima divisione italiana. Alla luce del risultato d'andata (0-0) e del miglior piazzamento in classifica durante la regular season, basta anche un pareggio. Vada come vada, sarà una giornata di festa per tutti i supporters livornesi. La partita terminerà con la vittoria, e la conseguente promozione del Livorno in Seria A. Invasione di campo e festeggiamenti si prolungheranno per tutta la serata. Ma non è della partita, e del suo aspetto tecnico, che vogliamo parlare. Vogliamo invece condividere con voi un messaggio che i tifosi livornesi hanno voluto recapitare direttamente alla Uefa, in solidarietà con il popolo palestinese.



"Europei U-21: un evento sportivo in contemporanea al GENOCIDIO". Quando si dice che il calcio non è semplicemente uno sport. Un chiaro messaggio di boicottaggio della manifestazione sportiva, la cui organizzazione è stata affidata, proprio dalla Uefa, ad Israele, uno stato che da 65 anni occupa illegalmente il suolo palestinese, privando gli abitanti di ogni benché minimo diritto.

Il calcio popolare. L’Ardita San Paolo e le tante realtà italiane.

Il prossimo 8 giugno, a Roma, si svolgerà la prima "Football Factory League", ovvero un'intera giornata dedicata al calcio popolare, agli ultras e al vero senso del calcio: socializzazione, divertimento e fratellanza. Di seguito vi proponiamo un articolo scritto da Nicola Gesualdo che ci porta alla "scoperta" di una parte del mondo del pallone in continua espansione: il calcio popolare. Ripercorrendo, in breve, la storia dell'Ardita San Paolo, ci si potrà fare un'idea più concreta su cosa voglia dire, al giorno d'oggi, sostenere un calcio diverso, lontano dalle logiche del profitto che regnano sovrane nel calcio professionistico. In un mondo dove il capitale mercifica ogni aspetto della nostra vita c'è chi ha deciso di ripartire proprio da qui, tirando fuori dal cassetto i propri sogni e ridando il giusto senso a quello che in molti definiscono lo sport più bello del mondo: il calcio.

Il calcio popolare. L’Ardita San Paolo e le tante realtà italiane
di: Nicola Gesualdo

Il calcio sta passando un periodo di crisi, o meglio, gli ultras, quelli veri, stanno attraversano un periodo di allontanamento dal calcio moderno. In tutta Italia aumentano le realtà di calcio popolare.

Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Sembra rispecchiare la realtà la frase pronunciata da Winston Churcill. Nonostante la domenica calcistica di serie A è alle porte, oggi parliamo della 3° categoria, categoria più bassa della Figc, in particolare parliamo dell’Ardita San Paolo. L’Ardita S.P. milita nel girone C di 3°categoria romana, lo scorso anno ha militato nel campionato amatoriale. Molti si chiederanno, ma perché si parla di una semplice squadra di 3°categoria? I nostri lettori sono abituati a leggere delle imprese del Bayern in Champions League, della Juventus che stravince un campionato di serie A, come si suol dire,  a mani basse o al massimo, dell’idiozia di chi intona cori contro Pier Mario Morosini. Invece vogliamo andare controcorrente, raccontando quello che succede in un piccolo campo di terra battuta di Roma sud, quartiere San Paolo. L’Ardita non ha vinto il campionato ma c’è un aspetto che riporta l’Ardita ai vertici, forse non solo della terza categoria, ed è l’apporto del pubblico. Il pubblico che, sia in casa che in trasferta, raggiunge anche le 200 persone, ha dimostrato che l’Ardita merita di più, merita di salire di categoria, per portare una nuova idea di calcio, che si allontani dal calcio moderno, dal problema dei diritti televisivi, della tessera del tifoso e della repressione (Daspo) sempre maggiore nei confronti di chi vuole semplicemente sostenere dei colori. Questa squadra si distingue per un’altra caratteristica, quella dell’azionariato popolare. Gli unici finanziamenti giungono dai propri sostenitori, che diventano gli “azionisti” del club. Inoltre è possibile sostenere la squadra attraverso l’acquisto di una tessera che va a finanziare il fondo sociale. Non esiste un unico proprietario, tutti i soci, tra cui anche qualche calciatore, sono i proprietari della società.  Oltre l’aspetto economico-finanziario, l’Ardita svolge un ruolo sociale, dove si cerca di coinvolgere sempre più ragazzi del quartiere, riavvicinandoli allo sport e, implicitamente, allontanandoli da quelli che possono essere le “distrazioni” della strada. Importantissimi i valori che l’intera “famiglia Ardita” vuole ricreare: l’aggregazione, l’antirazzismo, la solidarietà e la passione. Tutti questi aspetti sono portati sul campo ogni domenica, attraverso striscioni che vogliono ricordare i morti sul lavoro, striscioni e cori che vogliono contribuire a sensibilizzare e a ricordare le vittime di uno Stato sempre più repressivo, che attraverso la “palestra” calcio, ha iniziato a portare avanti delle forme repressive sempre più aspre e violente, utilizzando, per primi gli ultras, in questo progetto distruttivo. In un periodo in cui sembra sempre più difficile far cessare le pratiche discriminatorie, il club giallo-nero contribuisce a dare un altro segnale. C’è un’importante componente femminile che ruota attorno alla squadra: 3 dirigenti donne e una folta presenza di donne sugli spalti. Uno degli obiettivi futuri è proprio quello di formare una squadra calcistica femminile. Ormai sono tante le realtà di calcio popolare in Italia, eccone alcune. LAssociazione Sportiva  Quartograd a Napoli, che proprio ieri ha festeggiato il salto di categoria, l’U.S. Centro Storico Lebowski, di Firenze anch’essa prima in classifica in questo campionato di 3° categoria, o ancora la Stella Rossa 2006, squadra di Napoli, che milita nello stesso girone dell’A.S. Quartograd e che quest’anno si è classificata terza. Il Brutium Cosenzaimmediatamente promosso in seconda categoria alla sua prima partecipazione in 3°categoria, oppure i biancoverdi dello Spartak Lecce, che militano anche loro in 3° categoria. Tutte queste squadre avranno modo di incontrarsi l’8 giugno a Roma, grazie all’iniziativa I° Raduno-Torneo "The Football Factory", il calcio che riparte.
Nell’invito si legge: “Sarà un' intera giornata con protagonista il calcio popolare, gli ultras, gli amanti del calcio vecchie maniere e la musica delle gradinate. Un'occasione per stare insieme, divertirsi, conoscerci e confrontarci. Il programma prevede l’inizio dalle 13.00 torneo di calcio a 11 con tutte le squadre partecipanti fino alle 20.00 circa. Al termine del torneo avrà luogo un incontro-dibattito tra rappresentanti di squadre di calcio popolare, tifoserie ed alcuni ospiti, sul tema "Calcio popolare: Soluzione reale?" Partendo dalla attuale situazione del calcio, tra Tessera del Tifoso, diffide, business ecc. per giungere alle soluzioni/proposte di alcune città in Italia, visto il fenomeno in continua espansione tra Calcio popolare e azionariato dei tifosi. La serata proseguirà con un concerto e la premiazione del torneo presso Strike”. Insomma, sembra che il calcio popolare stia ri-nascendo, e la passione, la solidarietà e la voglia di fare, di questi ragazzi e queste ragazze contribuisce quanto meno a sognare un calcio diverso da quello che è stato costruito negli ultimi 15 anni. Per cercare di  contribuire a “divulgare il verbo”, tra qualche mese uscirà un documentario dal titolo: “Un altro calcio è possibile. Ardita San Paolo”, selezionato per partecipare al concorso Generazione Reporter lanciato dal programma di La7, Servizio pubblico.

lunedì 3 giugno 2013

Ultras turchi uniti nella rivolta di Gezi Park

Turchia. Istanbul. Sono giorni che i principali social network sono invasi da appelli, immagini e video della protesta scoppiata una settimana fa ad Istanbul. La protesta, nata in difesa dell'ultimo spazio verde pubblico, nel cuore della Istanbul turistica, si è ben presto propagata a macchia d'olio estendendosi in oltre 40 città turche e diventando un qualcosa di più ampio. Non più la semplice lotta per la difesa di un parco, non più la semplice lotta contro l'ennesimo piano speculativo, ma una vera e propria lotta contro il governo di Erdoğan e le sue politiche; una lotta delle classi oppresse contro un modo d'intendere la vita politica e non, totalmente in antitesi con le loro esigenze. Perché sebbene sui mass media nostrani la questione venga ridotta all'oramai classico schema del paese islamico in rivolta per il secolare conflitto laicismo/islamismo, che ad ogni modo non ci sentiamo di escludere totalmente dalla questione, crediamo piuttosto che la protesta oramai si muova su binari leggermente diversi: quelli di un conflitto tra diverse visioni sull'uso dello spazio urbano, quella delle classi dirigenti e quella della gente che vive, lavora e gioca nella città. Ed infatti ad animare la rivolta ci sono proprio loro: gli oppressi, gli sfruttati, gli studenti, i lavoratori, le minoranze etniche ed anche gli ultras.
Istanbul: Çarşı (Beşiktaş)
Ebbene si! Proprio come in Egitto anche in Turchia gli ultras sono scesi in piazza, mettendo da parte le loro rivalità calcistiche, per fronteggiare la polizia, a proprio rischio e pericolo. Sono al fianco di chi lotta per i propri diritti e per la propria dignità, per un mondo diverso. Sono li a combattere contro l'autoritarismo della polizia e del governo turco, consapevoli della repressione e della violenza attuata dallo stato. Loro che prima di altri hanno dovuto fare i conti, sulla propria pelle, con tutto questo. Loro, bollati - secondo la più classica retorica dei poteri - come nemici interni della società contemporanea che con i propri comportamenti rischierebbero di compromettere l'ordine sociale.  Loro, vere e proprie cavie degli esperimenti di repressione e controllo sociale attuati dai vari stati, perché è bene ricordare che i linguaggi, i codici e le pratiche di disciplinamento applicati in un settore, nello specifico il calcio, se efficaci finiscono per circolare in tutte le nervature sociali. Le pratiche e i linguaggi del contenimento del nemico interno si mostrano, anche nel calcio, insofferenti di fronte al rispetto dei confini originari. Non c'è quindi da meravigliarsi né per le proteste degli ultras contro la tessera del tifoso, in quanto chiaro tentativo di limitare la libertà personale in nome di un sempre più serrato controllo sociale, né tanto meno della successiva proposta dello stato d'esportare la tessera del tifoso in ambito politico, partorendo l'idea della tessera del manifestante. Non è una novità infatti che quando ciò che accade intorno al calcio smette di valere solo per questo luogo, lo stadio ed i suoi attori diventano il laboratorio ed i protagonisti di un modello sociale da riprodurre nella società. 

Istanbul: UltrAslan (Galatasaray)


Bursa: Supporters del Bursaspor

Izmir: Supporters del Karsiyaka