sabato 30 marzo 2013

[Mondiali 2014 – Brasile] Il business del Mondiale contro gli indigeni

L'attesa cresce. L'entusiasmo anche. I mondiali di Brasile 2014 si avvicinano. Sui prati verdi di tutto il mondo le nazionali si sfidano per conquistare un posto nella prestigiosa competizione. Tifosi da ogni parte del mondo sperano che i propri beniamini conquistino la qualificazione. Questa è la Coppa del Mondo di calcio. Al sol sentirne il nome ci si emoziona. Quasi ci si dimentica del mondo che ci circonda. Quasi... Perché il cielo che sovrasta l'organizzazione del mondiale brasiliano minaccia tempesta. Lì, al caldo delle spiagge, non tutti gioiscono. Non tutti trepidano dall'attesa. Anzi... C'è chi soffre. Chi maledice il giorno in cui la Fifa ha deciso d'assegnare l'organizzazione del mondiale al Brasile. Sono alcune delle migliaia di indigeni che vivono in Brasile. Sono solo alcune delle tantissime persone che si ritrovano a dover fare i conti con la logica affarista del calcio moderno. E così, mentre la Seleçao era impegnata allo Stamford Bridge di Londra in un'amichevole internazionale contro la Russia di Fabio Capello, a Rio de Janeiro andava in scena l'ennesimo sopruso ai danni delle popolazioni indigene della metropoli. La polizia, infatti, sfrattava decine di indigeni amazzonici per "ripulire" le aree adiacenti al mitico stadio Maracanà, per permettere l'ampliamento dell'impianto sportivo, che sarà la sede principale della Coppa del Mondo del prossimo anno. Un'area - quella adiacente il Maracanà - 
che ospita tra l'altro il parco del Museo di Rio de Janeiro, dove vivevano e resistevano ai tentativi di "sfratto", sin dal 2006, diverse tribù del Rio delle Amazzoni. Una squadraccia composta da 80 militari, armati di pistole, manganelli e gas lacrimogeni irrompeva, sgomberando l'intera area. A fine giornata si contavano alcuni arresti ma, fortunatamente, nessun decesso. Non questa volta! Ma due settimane fa non era andata così. A Salvador, nello stato di Bahia, due indigeni avevano trovato la morte per mano (e manganello) di alcuni poliziotti, impegnati in analoghe operazione di "pulizia".
Questo calcio fatto di violenza e business non ci appartiene. Il calcio è del popolo, non contro il popolo!





giovedì 28 marzo 2013

Hasta siempre comandante Chavez !


Si è appena conclusa un'altra giornata valida per le qualificazioni mondiali, che si svolgeranno in Brasile nel 2014. Ma non scriveremo della rinascita delle Furie Rosse, che sconfiggendo la Francia hanno ipotecato la qualificazione, né tanto meno della vittoria, seppur stentata, dell'Italia di Prandelli contro una modesta Malta. 
Vorremmo approfittarne per sottolineare la dignità e la grandezza di un popolo: quello sudamericano. Sebbene sia passato circa un mese dalla prematura scomparsa del leader bolivariano Hugo Chavez, sugli spalti c'è stato ancora chi ha voluto rendere omaggio al comandante. Dopo le numerose tifoserie di mezzo mondo che hanno omaggiato Chavez, nelle settimane passate, questa volta è toccato ai tifosi della nazionale venezuelana e a quelli della nazionale argentina. Non solo l'oramai "classico" ed istituzionale minuto di silenzio  (comunque mai scontato!) ma anche numerosi striscioni sono comparsi sulle gradinate dello stadio di Buenos Aires, a testimonianza di quanto sia stato importante il lavoro politico e sociale svolto da Chavez durante i suoi anni da presidente del Venezuela. Un omaggio al quale ci associamo affidandoci alle parole di alcuni illustri personaggi del mondo della cultura e dello sport sudamericano, che meglio di noi hanno conosciuto il Chavez politico ed uomo.
Hasta la victoria...siempre!



"La morte del presidente Chavez ha avuto un impatto non solo per il Venezuela e l'America Latina, ma per il mondo intero. Indubbiamente il presidente Chavez ha segnato la storia del Venezuela e ha lasciato un segno indelebile. Ha sempre sostenuto lo sport in Venezuela rendendo, per esempio, possibile ospitare la Copa America 2007. Per questo, tra le altre cose, i miei compagni della Vinotinto ed io saremo sempre grati al presidente. Sicuramente è morto un leader, e voglio estendere le mie sincere condoglianze alla sua famiglia, compagni e seguaci. Q.E.P.D. Presidente”. [Juan Arango - capitano della nazionale di calcio venezuelana]





"Colpisce ora con uno strepito improvviso sapere che non torneremo a sentire quelle frasi (..) dove lo si poteva ascoltare citare Gramsci col candore di uno studente e poi rendersi conto che, senza abbandonare le profonde radici del linguaggio popolare caraibico, ha lasciato in eredità alla contemporaneità venezuelana il senso dell'antica parola socialismo". [Horacio González - intellettuale argentino]





"Non si può fare a meno di maledire la sfortuna che ha privato la nostra America di uno dei pochi "imprescindibili" secondo le parole di Bertolt Brecht, nella lotta incompiuta per la nostra  seconda ed ultima indipendenza". [Atilio Borón - intellettuale argentino]

mercoledì 27 marzo 2013

Dortmund. I tifosi del Borussia Dortmund, prima e dopo la partita contro l’Hannover 96, si sono espressi contro le destre.

Dortmund, città situata nel cuore dell’area industriale della Germania, è stata a lungo una calamita per gli immigrati di tutto il mondo. Immigrati che, però, si sono presto dovuti confrontare con un'altra peculiarità della cittadina tedesca: la presenza di numerosissimi gruppi neo-nazisti della Nord Reno-Westfalia. Un fenomeno, quello del proliferare di realtà riconducibili agli ambienti dell'estrema destra, che non poteva non riversarsi anche nel mondo del calcio, da sempre bacino d'aggregazione e diffusione di contenuti per gruppi politici di destra e sinistra.
Non a caso alcune statistiche riportano che circa 100 neo-nazisti assistono regolarmente alle partite nella curva sud (la più grande d’Europa con i suoi 24.500 posti a sedere) del Signal Iduna Park, stadio del Borussia Dortmund. Un numero che è vertiginosamente aumentato da quando, lo scorso agosto, il ministro degli interni Ralf Jaeger ha proibito l’NWDO, gruppo di resistenza nazionale di Dortmund, scatenando le reazioni di questi ultimi e di tutti gli altri gruppi di tifosi di destra che hanno manifestato la propria solidarietà, attraverso una serie di striscioni calati in occasione di alcune partite dei campionati nazionali tedeschi. Un aumento della presenza neo-nazista allo stadio che è coincisa con l'aumento delle aggressioni a sfondo politico/razziale che ha fatto della Nord Reno-Westfalia la regione con il maggior numero di aggressioni da parte di gruppi organizzati di estrema destra. L'ultimo di questi attacchi è stato a discapito di Jens Volke e Thilo Danielsmeyer, due rappresentanti del Fan-projekt del Borussia Dortmund, gruppo fondato nel 1988 proprio per combattere xenofobia e razzismo.
Un attacco che, però, non è passato sotto traccia. Questa volta, infatti, dopo un apparente silenzio, i tifosi del Borussia Dortmund hanno risposto a quest’infame attacco mostrando tutto il loro odio verso il nazismo e ogni altra forma di destra, riportando in vita lo spirito antinazista che ha contraddistinto la loro squadra fin dagli esordi; ovvero da quando, con l’ascesa del Terzo Reich negli anni trenta, l’allora presidente fu destituito, per essersi rifiutato di aderire al partito nazista, e un paio di membri del club - che avevano utilizzato di nascosto gli uffici della società per redarre volantini antinazisti - furono giustiziati durante gli ultimi giorni della guerra.
E così durante il match che ha visto la squadra giallo-nera affrontare l'Hannover 96, numerosi striscioni sono apparsi in ogni settore dello stadio del B.Dortmund (specialmente in curva sud) per solidarizzare con gli aggrediti e per rigettare ogni forma di razzismo e fascismo.
E saranno proprio la solidarietà e il ricordo delle vittime che hanno resistito e combattuto contro la violenza nazista ad essere protagoniste nei prossimi giorni, quando il Borussia Dortmund si impegnerà a ricordare i combattenti uccisi, per mano nazista, il venerdì santo del 1945, negli ultimi giorni della guerra. Un messaggio ed un monito, quello della tifoseria tedesca, che servono a ricordarci che bisogna impegnarsi giorno dopo giorno per combattere ogni forma di nazismo e fascismo, in ogni ambito della vita. Un messaggio ed un monito lanciato, altrettanto chiaramente, a chi basa il proprio agire quotidiano sulla discriminazione e sulla violenza, fisica o morale che sia!: "Per voi non c'è nessuno spazio né a Dortmund né altrove!"


Dortmund. I tifosi del Borussia Dortmund, prima e dopo la partita contro l’Hannover 96, si sono espressi contro le destre.
I tifosi del Borussia Dortmund prima del fischio d’inizio hanno mostrato degli striscioni e creato delle piccole coreografie con un chiaro messaggio: “Via i Nazisti!”. Domenica i fan del BVB hanno poi ricordato Julius Hirsch, assassinato dai nazisti.

di: Von Stefan Reinke
Tratto da: Westfalenpost
Traduzione a cura della redazione di Calcio&Rivoluzione


Molti tifosi del Borussia Dortmund prima della partita di sabato (1.03.2013) hanno chiaramente preso le distanze dalle fila dei neo-nazisti. Durante la partita di Champions League a Donetsk c’erano stati atti di violenza contro i rappresentanti del Fan-Projekt del BVB, Jens Volke e Thilo Danielsmeyer. 
Quando il Borussia Dortmund qualche giorno dopo aveva giocato in casa contro l’Eintracht Francoforte, nello stadio non ci furono manifestazioni di nessun tipo a denunciare l'accaduto e a prendere le distanze dai neonazisti. Ora qualcosa è cambiato!

Il gruppo Howitown di Holzwickede ha preparato una piccola coreografia, con il messaggio: “Cartellino rosso alla destra!”, ed hanno esposto anche un semplice striscione con su scritto: “Via i nazisti!”. Il gruppo ultras “Desperados”, invece, ha mostrato la propria solidarietà attraverso lo striscione: “Giù le mani dal Fanprojeckt”, mentre i “Jubos”, un altro gruppo ultras attaccato a Donetzk, hanno replicato con: "Jens e Thilo, siamo con voi!". Altri tifosi, infine, hanno esibito dalla curva Sud lo striscione: “Solidarietà a Jens e Thilo”. “Ha fatto molto piacere a me e Thilo”, ha detto Jens Volke, accettando la forte solidarietà mostrata dagli altri tifosi. “Sapevo che il la tifoseria aveva in mente”, ha detto Volke. Thilo Danielsmayer, invece, auspica l’effetto a lungo termine dell’azione: “Chiunque sia di destra non può sentirsi a proprio agio nel nostro stadio”.

Commemorazione al pioniere ebreo Julius Hirsch
Domenica, tra l’altro, la sezione di tifosi del BVB e il Fanprojekt del Dortmund hanno ospitato una cerimonia commemorativa per l’ex calciatore ebreo Julius Hirsch, assassinato dai nazisti alla stazione Sud di Dortmund. L’archivista del BVB Gerd Kolbe ha elogiato Hirsch come “importante pioniere del calcio tedesco”.
Hirsch è stato un giocatore della Nazionale tedesca, che ha preso parte alle Olimpiadi e che ha giocato con il Karlsruher FV e con i campioni di Germania del SpVgg. Fürth. E’ stato uno delle figure più influenti all’esordio del calcio in Germania. Kolbe ha detto: “la commemorazione di Hirsch ci colpisce emotivamente”. Tanto più che l’unico legame di Hirsch con Dortmund è tanto toccante quanto triste: l’ultimo segno di vita di Hirsch, infatti, è una cartolina inviata a sua figlia Esther- timbrata 3marzo 1943 a Dortmund. Apparentemente Hirsch aveva scritto la cartolina sul treno durante la deportazione ad Auschwitz. Poiché non ci sono testimonianze registrate di Hirsch nel campo ad Auschwitz, si deve presumere che egli fu subito spinto nelle camere a gas. Kolbe ha ricordato che molti dei padri fondatori del calcio tedesco erano ebrei, tra cui lo scultore del Dortmund Benno Elkan, co-fondatore del primo club di calcio della città e anche del Bayer Monaco.


Sierau ricorda a Dortmund gli ebrei deportati
Il sindaco di Dortmund Ullrich Sierau ha sottolineato il triste ruolo della città nella deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. Dal 1942 degli uomini che sono stati deportati dalla stazione del sud, 4.500 solo dalla provincia, erano ebrei. Il numero totale di deportati di Dortmund è sconosciuto. “Chiunque soffra un simile destino, è uno di noi” ha detto Sierau.
In un messaggio Andreas Hirsch, nipote di Julio Hirsch, ha ringraziato tutto il club del Borussia Dortmund per la commemorazione: “L’amore di chi vive a Dortmund deve rendere il nostro paese più umano” si leggeva. La sua famiglia lo commemora ogni anno il 3 marzo, in modo riservato.


Danielsmeyer: canzone di Auschwitz quasi bandita
Thilo Danielsmeyer del Fan-Projekt, uno di quelli aggrediti a Donetsk da alcuni esponenti della destra radicale, ha ricordato la “canzone di Auschwitz” cantata dai tifosi. Aveva già provato ad intervenire a riguardo quando sentì per la prima volta intonare la canzone allo stadio, ma “senza alcun risultato”. Solo un libro su Julio Hirsch gli ha offerto la possibilità prendendo come esempio il grande calciatore, di dimostrare a lavoro “cosa significa essere deportato ad Aushwitz”. Dal 2006 si è così riusciti a sensibilizzare numerosi tifosi e a bandire quasi interamente l’indicibile canto. 
Sarah Hartwich ha annunciato che il BVB, rappresentato dal vicepresidente Gerd Pieper, continuerà ad operare “per la tolleranza e per mostrare la bandiera della diversità”. La commemorazione di Hirsch non resterà un’azione a sé stante. Seguiranno altri eventi come il memoriale di Heinrich Czerkus eseguito il venerdì Santo. Durante la commemorazione funebre per le vittime delle uccisioni del venerdì santo del 1945, la tifoseria del BVB avrà un ruolo centrale e porrà al centro dell’attenzione la triste sorte dei tre combattenti della Resistenza, nonché giocatori del Borussia: Heinrich Czerkus, Franz Hippler e Fritz Weller.

martedì 26 marzo 2013

Jorge Carrascosa, il Lupo che disse no ai colonnelli


Di seguito riproponiamo un articolo apparso su w la fifa che ripercorre la storia di Jorge Carrascosa, terzino sinistro dell'Argentina degli anni settanta, che si rifiutò di partecipare ai mondiali di calcio del 1978 che, Videla e i colonnelli - protagonisti in negativo di una delle dittature più spaventose e brutali del novecento - utilizzarono per dare un'immagine positiva dell'Argentina.


Jorge Carrascosa, il Lupo che disse no ai colonnelli

Chiudete gli occhi e immaginate: alzare la coppa del mondo, con la maglia della propria nazionale, davanti al proprio pubblico. Chi da bambino non ha mai fatto un sogno così? Un sogno, appunto. Si sarebbe disposti a tutto per realizzarlo. A tutto, forse, o quasi. Perché c'è anche chi, a quel sogno, ha deciso di rinunciare, perché non era giusto e perché non ne valeva la pena. La storia di Jorge Carrascosa è una delle più belle che ci ha consegnato la memoria del pallone del ventesimo secolo eppure è una delle più dimenticate (non ha nemmeno una pagina su Wikipedia!): troppo grande, troppo incomprensibile fu il suo gesto, in un mare di indifferenza e di ipocrisia. Terzino sinistro dell'Argentina degli anni Settanta, buono, ma non un fuoriclasse. Grande temperamento, pero', quello del 'Lobo', il Lupo, Carrascosa, che gli aveva fatto guadagnare i gradi di capitano della Nazionale alla vigilia di quel campionato del mondo del 1978 sul quale Videla e i colonnelli che tenevano il paese sotto una delle dittature più spaventose del Novecento avevano investito tutto per diffondere all'estero l'immagine di un'Argentina Felix. La cosa, almeno fino a un certo punto, funzionò. Un paese intero, provato da una dittatura sanguinaria, per un mese si fermò. Non si fermarono (se non per quelle due ore in cui scendevano in campo Mario Kempes, Bertoni e le altre glorie nazionali) le torture negli scantinati di Buenos Aires, le feroci cacce al nemico orchestrate dalla tripla A, l'Alleanza anticomunista argentina, le persecuzioni degli oppositori. Non si fermarono quei voli della morte che hanno gettato, vive, nell'oceano, decine di migliaia di persone, sopratutto ragazzi, come quelli con la maglia albiceleste che facevano sognare un popolo. Non si fermarono il pianto e la rabbia delle madri di Plaza de Mayo che chiedevano verità e giustizia per i loro figli desaparecidos, scomparsi nel nulla. E non si fermò il grande tourbillon del calcio. Videla e i suoi soci fecero di tutto per ottenere l'organizzazione del mondiale e ci riuscirono. E fecero di tutto per portare all'Argentina quel titolo mondiale che non era mai arrivato. La squadra era ricca di talenti: oltre a Kempes e a Bertoni c'era un altro grande attaccante come Luque, c'era il bizzarro Ardiles, c'era il monumentale libero Daniel Passarella. Ma non c'era lui, il Lobo, Jorge Carrascosa. Non certo il più talentuoso di quella nidiata dove emetteva i primi vagiti anche Diego Maradona (non convocato però per il mondiale), ma di sicuro il più carismatico. L'anima di quella squadra. El lobo disse di no. Voltò le spalle ai suoi colonnelli, gettò a terra la sua fascia perché non voleva sporcarla di sangue. Non disse una parola, non la dirà mai più. A trent'anni non ancora fatti lasciò la nazionale, un anno dopo il calcio. Non avrebbe avuto senso alzare una coppa per quella gente, che teneva l'Argentina piegata dal terrore. Sarebbe stata una coppa sporca.

Ma la storia, anche quella del calcio, la scrivono i vincitori e dalle mani di Videla, che nel giorno della finale aveva accanto il gran maestro della P2 Licio Gelli, quella coppa la riceverà Daniel Passarella. Bella squadra, quell'Argentina. Ma che per vincere fece davvero di tutto. Come quella che è passata alla storia come la 'Marmelada Peruana', la vittoria per 6-0 sul Perù che le ha consentito di accedere alla finale (serviva infatti una vittoria con molti gol di scarto per superare il Brasile nella differenza reti). Il Perù schierò in porta Ramon Quiroga, 'el loco', argentino appena naturalizzato peruviano, che incassò sei gol da comiche e anni dopo ammetterà la combine. Prima di quella partita lo spogliatoio peruviano ricevette una visita di Videla con il Segretario di Stato americano Henry Kissinger. Il governo argentino aveva appena regalato un milione di tonnellate di grano al Perù, e venne aperta una linea di credito di 50 milioni di dollari. E sulla corruzione della squadra peruviana ci fu anche un coinvolgimento, mai chiarito, del narcotraffico colombiano. La finale contro l'Olanda del calcio totale (orfana di Cruyff, rimasto a casa per un altro mistero mai davvero chiarito), arbitrata non senza polemiche dall'italiano Guido Gonella, vide l'Argentina vincere 3-1 dopo i supplementari. Si racconta che Menotti, l'allenatore, chiese ai suoi di non guardare i militari, ma la gente in estasi assiepata sugli spalti: ''non vinciamo per quei figli di puttana, vinciamo per alleviare il dolore del popolo''. In quei 120 minuti una nazione si fermò. Accanto al Monumental di Buenos Aires dove si giocava la gara del secolo c'è la Escuela de Mecanica de la Armada, uno dei luoghi di detenzione più sanguinario, e in quei 120 minuti si fermarono anche le torture. Lì, come nel Garage Olimpo. Là dentro, in mezzo ad un paese in delirio, c'erano migliaia di prigionieri che si stavano facendo lentamente ammazzare. Avrebbero voluto essere là fuori, ad ubriacarsi e far festa con gli amici per il primo titolo mondiale dell'Argentina. Ma non avevano vinto loro, avevano vinto quelli che li stavano ammazzando. El Lobo Jorge Carrascosa dette un calcio ai suoi sogni di bambino e non volle essere uno di quelli.



domenica 24 marzo 2013

Argentina. Il canto degli assenti



L’elezione del nuovo Papa, Jorge Mario Bergoglio, ha portato nuova attenzione sul suo paese d’origine, l’Argentina. Inevitabilmente si è tornati a parlare degli anni della dittatura militare che insanguinò il paese tra il 1976 e il 1983. Il ruolo che giocò allora Bergoglio è molto dibattuto. Ciò che pare chiaro è che però non si espose direttamente operando contro la giunta (leggi l'articolo del giornalista Verbitsky "Francesco I, un populista conservatore").
Oggi 24 marzo 2013, a 37 anni dall’instaurazione del regime militare argentino, vogliamo ricordare le vittime della violenza dello stato, delle torture, degli stupri, degli omicidi, dei lanci dagli aerei in volo sull’Atlantico. Per farlo presentiamo una nostra traduzione di un articolo di Claudio Morresi che, attraverso le parole del calcio, ci restituisce lo spaccato di quegli anni e ci ricorda che, purtroppo, la partita non è ancora chiusa…


Argentina. Il canto degli assenti

Di Claudio Morresi
Tratto da Futbol Rebelde
Traduzione a cura della redazione di Calcio & Rivoluzione

…30.000 persone che andranno allo stadio.
I giocatori, passando attraverso il tunnel, pensano di trovare uno stadio gremito.
Quando nel centrocampo le squadre alzano lo sguardo per salutare i tifosi, si accorgono che gli spalti sono tetramente vuoti.
Poi si ricordano che oggi è il 24 marzo e sono passati vent’anni dal colpo di stato militare che istituzionalizzò il terrorismo di stato.
Nella tribuna Sud, che ospita migliaia di persone, mancano i tifosi del Boca e del River che sono stati rapiti dalle loro case o luoghi di lavoro, reclusi nei centri segreti di detenzione e, dopo le sessioni di tortura, gettati in mare dagli aerei.
Nella tribuna Nord, non si incontrano i fan di Racing e Independiente, che dopo il passaggio attraverso lo stesso calvario di sequestri e torture, furono uccisi e i loro corpi sparsi in campi aperti.
Nella tribuna Est, non figurano i fan dell'Huracan e del San Lorenzo, ritrovati anni dopo in fosse comuni. Sterminati nei modi più scellerati.
Nella tribuna Ovest, non vi sono i fan del Rosario e del Newell’s Old Boys: prima di ucciderli hanno aspettatato che figliassero per prendere poi i loro figli come bottino di guerra. A quei tempi, le famiglie delle persone scomparse (desaparecidos), hanno cercato una risposta sulla sorte dei loro cari.
Coloro che si arrogarono il diritto di essere padroni della vita e della morte, nascosero qualsiasi informazione. Tanta fu la ferocia, tante le atrocità  commesse che ancora continuano a nascondere la vera fine delle loro vittime.
Il 24 marzo 1976 cominciava il massacro più Feroce, Codardo e Sanguinoso della storia dell'Argentina.

Venti anni dopo si gioca un'altra giornata del campionato. Noi che andiamo allo stadio, che sentiamo la partita alla radio o che aspettiamo la sera per vedere i gol in TV... non possiamo dimenticare quello che è successo in Argentina. Nella nostra memoria deve essere sempre ben presente tutto ciò che è accaduto.
Trasmetterlo alle generazioni a venire, con i nomi e i cognomi dei colpevoli. Capendo che è l'ultima forma di giustizia che ci rimane. Sapendo che l'unica cosa che farà in modo che non si ripeta mai più, NUNCA MÀS.
Nello stadio vuoto la partita sta per iniziare.
I giocatori iniziano a sentire basso, dagli spalti vuoti, il respiro dei tifosi.  Sono 30.000 voci che non smettono di cantare.

giovedì 21 marzo 2013

Il Front National contro Benzema: 'poco patriottico'

Il mondo del calcio è in crisi. E dietro l'angolo, come sempre quando si parla di crisi, si nasconde il pericolo della svolta reazionaria. A conferma del pericolo giungono da diverse parti d'Europa e non, notizie di episodi a dir poco deplorevoli. Episodi che affondano le proprie radici e trovano la propria legittimazione negli ambienti e nell'ideologia dell'estrema destra.
Vi abbiamo raccontato degli episodi che hanno visti protagonisti i tifosi del Beitar Jerusalem così come di quello che ha avuto come protagonista Giorgios Katidis, giocatore dell'AEK Atene, che dopo un suo goal ha esultato con il braccio teso, andando a disegnare l'infame saluto romano, che ci ha ricordato l’esultanza di Paolo di Canio ai tempi della Lazio. Un gesto che non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco sul già delicatissimo scenario politico, sociale ed economico greco, dove un partito nazifascista come Alba Dorata sta conquistando sempre più consenso ed avanza proposte sempre più infami e razziste. Ma non è finita qui. La saga, che vede come protagonisti - più o meno consapevoli - personaggi che rimandano al torbido mondo dell'estrema destra, si arricchisce in queste ore di un nuovo episodio. 
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È solo l'ultimo in ordine temporale e arriva dalla Francia. Questa volta ad assurgere agli onori della cronaca non è né un calciatore, né qualche tifoseria ma Eric Domard, consigliere per lo sport di Marine Le Pen, ex candidata presidenziale e leader del partito fascista  francese “Front Nazional”. Co-protagonista della vicenda, suo malgrado, è Karim Benzema, giocatore d'origine algerina, che difende i colori del Real Madrid nonché della nazionale francese. Il calciatore è diventato bersaglio di Domard e di tutto il suo partito, in quanto colpevole di non intonare le note della Marsigliese, l’inno nazionale francese, prima delle gare della nazionale. Una mancanza che comproverebbe un “disprezzo inconcepibile e inaccettabile per la squadra nazionale che il calciatore ha l'onore di rappresentare”. 
Per questo motivo il Fronte Nazionale attraverso Domard ha espressamente chiesto alla Federcalcio francese (FFF) di rinunciare "definitivamente" ai giocatori che hanno “una scarsa motivazione e che sono poco patriottici". "Se Karim Benzema non vede dove è il problema nel non cantare la Marsigliese, i francesi non vedono dov'è il problema se lui non giocherà più per la nazionale", ha aggiunto Domard, accusando l'attaccante del Real Madrid di essere "un mercenario, pagato 1844 € all'ora".
E non è la prima volta che il Front Nazional prende parola su questioni che riguardano il mondo del calcio; qualche tempo fa, infatti, invitarono il calciatore Frank Ribery (musulmano di conversione) a giocare per l'Algeria a seguito di alcune dichiarazioni dello stesso Ribery in cui si dichiarava “un fan” della nazionale nord-africana.


martedì 19 marzo 2013

La entrañable transparencia ovvero conoscere il Social, Atlético y Deportivo Ernesto Che Guevara


46 anni fa moriva ammazzato Ernesto Guevara de la Serna, rivoluzionario argentino la cui opera mai verrà dimenticata. Una vita dedicata ad una causa comune in nome di quegli ideali quali l'uguaglianza, il rispetto, la solidarietà , l'antimperialismo e l'anticapitalismo in cui si rispecchia un intero popolo, quello degli oppressi. Un uomo, colto ed intelligente che ha sacrificato la propria vita per il comunismo. Un uomo che ha portato speranza e fiducia non solo in America latina ma in tutto il mondo; un uomo che assieme ai suoi compagni ha scritto una pagina importantissima della recente storia politica mondiale. Un uomo che mai potremo dimenticare. Un uomo che mai morirà fino a quando ci sarà qualcuno a portare avanti i suoi ideali.

E in Argentina, la sua Argentina, a Jesús María – 50 chilometri a nord della capitale di Cordova - c'è chi continua a vivere, praticando e diffondendo il suo insegnamento. Non stiamo parlando di un'organizzazione rivoluzionaria né tanto meno di un partito politico ma della grande comunità del Social, Atlético y Deportivo Ernesto Che Guevara. Ebbene si, una squadra di calcio. Perché il calcio non è solo business; e il Che Guevara ne è uno splendido esempio. Una squadra che non compra né vende giocatori, perché nessun essere umano ha un prezzo! Una squadra la cui priorità non è vincere ma trasmettere i valori del Che. Una squadra dove tutti sanno che il calcio è solo un pretesto per socializzare e crescere tutti assieme. Una squadra dove è più importante essere un gregario che un goleador. Una squadra che insegna il rispetto e la tolleranza. Una squadra che è puro amore. Una squadra che ci ricorda la entrañable transparencia del comandante Che Guevara.

Di seguito vi riportiamo una nostra traduzione di un articolo apparso su mdzol per conoscere più da vicino la fantastica storia del Social, Atlético y Deportivo Ernesto Che Guevara.

L'importanza di chiamarsi Ernesto Che Guevara
L' Ernesto Che Guevara è stato fondato il 14 dicembre 2006 ed è stato il primo club al mondo a portare il nome del rivoluzionario argentino. Oggi, nel paese, ci sono altri due club che rendono omaggio al nome del Che: uno è a Santa Rosa (La Pampa) e un altro a Venado Tuerto (Santa Fe).
Monica Nielsen, alma mater e presidente del club, guevarista e sognatrice, gestisce questo club che all'inizio contava poco più di venti bambini e che ora ne ha oltre un centinaio a partire dai bambini della Escuelita (5 anni) arrivando fino alla primavera, passando per gli Under 10, 12, 14, la Cuarta (16 anni) e la squadra Riserve. Tutte le categorie partecipano al campionato regionale di Colón. 
"L'idea è sempre stata quella di integrare, attraverso il calcio, i bambini e i giovani di tutti gli strati sociali, per favorire il loro sviluppo globale come persone. Proviamo a fornire un'opportunità a quei bambini che non ne hanno quasi mai avute, aiutandoli a crescere, ad uscire dalla droga e a conoscere l'opera del Che", dice Monica, che lavora presso l'Archivio del Comune di Jesús María. "I bambini vengono e ci chiedono i libri sul Che. Loro si mettono in gioco e noi proviamo ad insegnare i giusti valori", aggiunge.

Nessuno ha prezzo
Il Guevara, in controtendenza rispetto all'attuale mondo del calcio, non acquista o vende giocatori. "E' un club che si trova nella direzione opposta del consumismo/business che domina il calcio moderno. I bambini non hanno prezzo, non sono delle merci. Per chi vuole andare via dal club, semplicemente si firma l'atto di passaggio e se ne va", dice Monica. Lo abbiamo constatato quando, prima di una partita amichevole con la Colonia Caroya di Colón un ragazzo le si si avvicina per dire che il padre vuole farlo andare a giocare un altro club della zona. "Nessun problema, Lunedi stesso firmerò l'atto del tuo passaggio all'altro club", è la risposta che ha ricevuto il ragazzo. Il Guevara ovviamente non accetta sponsor. Tutto è fatto al polmone, con il proprio sudore. Le sole entrate che il club ha sono generate dalla vendita di T-shirt e da poche altre attività. Ma non hanno uno scopo mercantilista. Queste attività servono solo per sopravvivere e pagare gli arbitri, le iscrizioni ai campionati: insomma le spese che ha un qualsiasi club di calcio. Il tutto inoltre viene fatto senza costi a carico dei ragazzi perché questi capiscono che lo sport è un diritto. Il grande sogno del club è quello di avere un campo di gioco proprio. Nel frattempo, i club della zona gli prestano i loro campi per allenarsi e giocare. In cambio, i ragazzi del Guevara fanno dei piccoli lavoretti per migliorare le strutture. Recentemente, ad esempio, hanno completato la recinzione perimetrale del campo di una squadra di Colón, club amico che condivide con loro le strutture. I giocatori “guevaristi” studiano o lavorano. E la domenica si riuniscono in famiglia per vedere le partite di tutte le categorie. "Ci sono molte madri che hanno aderito al club perché hanno trovato una forma di partecipazione sociale che le ha fatte sentire parte di qualcosa", dice Monica. Ad inizio anno, hanno organizzato la Copa America Alternativa “Uomo Nuovo”, alla quale hanno partecipato squadre di organizzazioni sociali anarchiche, anti-fasciste, marxiste e guevariste provenienti tra gli altri dal Brasile, Cile, Inghilterra e Lituania.

Amore rivoluzionario
La domenica trascorre mentre giocano tutte le categorie del Guevara di Colon. I ragazzi, che indossano le loro camicie rosse con la faccia del Che sul fronte e "fino alla vittoria sempre" sul retro, sono l'essenza del club. Quelli della squadra riserve terminano d'entrare in campo accolti dal calore del pubblico. Si mettono in posa per una foto. Fanno un giro di campo. Ascoltano l'allenatore, uniscono le mani e urlano un “Che” che rompe la quiete del pomeriggio. Il sole è splendente e tutto sembra perfetto. "Sai cosa succede?", chiede Monica, senza aspettare la risposta: "Se rimaniamo seduti in attesa sperando che lo Stato faccia qualcosa per questi bambini, si perde. Dobbiamo fare qualcosa. E qui cerchiamo di comunicare i valori dell' Uomo Nuovo: la dignità, la solidarietà, il rispetto. E il calcio è un fenomeno che ci aiuta". Non c'è un ragazzo che passa e non saluta, non c'è un ragazzo che non sorride a Moni, come la chiamano loro. Il Che ha scritto che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore.
Il Social, Atlético y Deportivo Ernesto Che Guevara è proprio questo: amore puro.

lunedì 18 marzo 2013

Tifosi del St. Pauli e del Livorno ricordano Davide "Dax" Cesare a 10 anni dal suo assassinio


Milano. E' la notte tra il 16 ed il 17 marzo 2003. Alcuni ragazzi stanno uscendo da un locale milanese quando vengono aggrediti da due giovani Federico e Mattia Morbi, mentre un terzo uomo – più anziano – assiste alla scena. Si tratta di Giorgio Morbi, 57 anni e padre dei due ragazzi. Tutti e tre sono noti negli ambienti neofascisti della città. L’aggressione è rapida e particolarmente violenta. Numerose coltellate vengono inferte in punti vitali: Davide “Dax” Cesare, militante del Centro Sociale O.R.So (“Officina di Resistenza Sociale”) non giungerà vivo all’ospedale; altri due ragazzi vengono feriti (uno in modo grave, ma si salverà).
Questo è solo l'inizio della tragedia. Altri fatti a dir poco inquietanti si andranno ad aggiungere all'aggressione dei neofascisti.
Numerosissime pattuglie della polizia e dei carabinieri accorrono sul posto rendendo ancora più difficoltoso l'arrivo del personale medico, giunto sul posto già con un inspiegabile ritardo. Gli amici della vittima accorsi all'ospedale San Paolo, in preda alla disperazione ed allo sgomento per la notizia della morte del loro compagno ed amico, vengono brutalmente caricati da un plotone della celere con manganelli e mazze da baseball. Uno scenario che ricorda tristemente le cronache di Genova e Napoli 2001 con la differenza che, stavolta, la brutalità della polizia non ha neppure la debole scusa delle tensioni di piazza. Una brutalità che finirà col coinvolgere anche personale di assistenza medica e pazienti dell’ospedale. Infine l'ultimo vergognoso atto della vicenda che vede apparati dello stato e la stampa intenti ad insabbiare l'accaduto, con il sostegno morale di alcuni politici, spiegando il tutto come la degenerazione di una rissa tra punk mentre il pestaggio all'ospedale viene giustificato con la reazione delle forze dell'ordine all'intemperanza dei compagni ed amici di Dax ed alla loro “richiesta” di trafugare la salma dall'ospedale. Una ricostruzione che fortunatamente viene smentita grazie alle testimonianze dei giovani presenti all'ospedale e di alcuni membri dello staff medico dell'ospedale.

Qualcuno forse si starà domandando cosa centri questa storia con il calcio...

Lo scorso 16 marzo è stato il 10 anniversario della morte del giovane Dax e in 5000 hanno voluto ricordarlo sfilando in corteo per le strade di Milano. Giovani e meno giovani giunti da tutta Italia e non solo. Persone che credono fermamente nei valori antifascisti che lo stesso Dax portava avanti giorno dopo giorno. Ma le 5000 persone accorse a Milano non sono state le uniche a ricordarlo. A Berlino (match tra FC Union Berlin e FC St. Pauli) i tifosi del St. Pauli, storicamente antifascisti, hanno esposto uno striscione con su scritto

Dax ucciso perché militante antifascista”, a Livorno i tifosi del Livorno hanno ricordato Dax con questo striscione: 

2003-2013 Dax odia ancora” esposto in occasione della partita Livorno-Reggina mentre a Verona, città storicamente di destra, i tifosi della Virtus Verona hanno esposto lo striscione:


"Dax Vive". Il tutto a dimostrazione che il calcio non è solo pay tv e business ma anche tanto altro...passione, solidarietà e fratellanza e che sugli spalti dei campi di calcio vi sono tante persone che amano uno sport e che sono portatori di valori sani come l'antifascismo e l'antirazzismo che andrebbero diffusi e portati ovunque.

Un calciatore dell'AEK Atene fa il saluto nazista. I tifosi insorgono e chiedono la rescissione del contratto

In Grecia la crisi si approfondisce sempre più. Il tasso di disoccupazione è alle stelle, e per chi ancora un lavoro ce l'ha la situazione è tutt'altro che rosea. Continue minacce di licenziamenti di massa e decurtazione del salario nominale sono all'ordine del giorno, anche per quelli che i nostri media continuano a chiamare “lavoratori garantiti”, vale a dire i dipendenti pubblici. In un clima così esasperato si sta facendo strada un partito apertamente neonazista, “Alba Dorata”, entrato in parlamento grazie al 7% ottenuto alle ultime elezioni ed oggi accreditato in ascesa (intorno al 10%). Il messaggio dei neonazisti è piuttosto semplicistico, per usare un eufemismo: la colpa della crisi è soprattutto degli immigrati. Che quindi diventano bersaglio, e non solo delle invettive e della verbosità di questi fascisti. Ormai sono quasi quotidiane le aggressioni contro immigrati e le proposte, solo apparentemente deliranti, per render loro la vita un inferno: classi separate per greci ed immigrati, espulsioni, innalzamento di muri di divisione, fino ad arrivare alla proposta ripresa direttamente dagli anni più bui del '900: “fare saponette con gli immigrati in Grecia”. In questo contesto l'ascesa di Alba Dorata è favorita dalle complicità del potere statale, tramite le articolazioni di governo e polizia. Il calcio non rimane fuori da queste tensioni e un episodio accaduto pochi giorni fa ne è la riprova. Siamo all'84' di AEK Atene - Veria. L'ex capitano dell'under 19 greca, Giorgos Katidis sigla un gol molto importante per la sua squadra.  La sua gioia esplode. Esulta correndo verso i propri tifosi. Si sfila la maglietta. E poi alza un braccio. Il suo non è il gesto di una normale esultanza. Il suo braccio va infatti a disegnare il saluto più infame che la storia abbia mai conosciuto. Braccio teso verso l'alto e nello stadio ateniese si materializza il saluto nazi-fascista. Le telecamere immortalano. Tutti vedono e non si può fare finta di niente.

I tentativi successivi di Giorgos Katidis di smentire, di minimizzare, rasentano il ridicolo. Anzi, lo toccano proprio. I tifosi dell'AEK, i “suoi” tifosi, non ne vogliono sapere. C'è qualcosa che viene prima dell'amore verso i propri beniamini, verso la propria squadra. C'è il richiamo a valori e storie che, a dire il vero, non sono forse nemmeno sempre il frutto di chissà quale coscienza politica. In sé hanno probabilmente molto di pre-politico. Perché ci dicono che anche per i tifosi, anche per quelli organizzati, dipinti quasi sempre come sbandati e delinquenti, c'è una linea, nemmeno troppo sottile, invalicabile. È appunto quella del rispetto di una storia, di una tradizione, di principi che non si conciliano per nulla con quelli che Giorgos Katidis ha espresso con quel braccio teso e che si materializzano quotidianamente nelle strade delle città greche (e purtroppo non solo) per mezzo dei nazisti di Alba Dorata. L'antifascismo non è qualcosa su cui si possa transigere. La richiesta al club da parte degli “Original 21”, il gruppo più grande della tifoseria dell'AEK Atene, di rescindere il contratto di Katidis è un segno di civiltà e di resistenza alla barbarie nazi-fascista. E noi non possiamo che essere solidali con questo gesto.

Di seguito riportiamo una traduzione del comunicato degli Original 21, il gruppo più grande della tifoseria dell'AEK Atene ed una nostra traduzione dell'articolo a proposito dell'episodio del saluto nazista di Katidis apparso su: keeptalkinggreece

Comunicato degli Original 21:
"Che eri semplicemente un ridicolo, un esibizionista con la frangetta e con i disegni sul corpo, di un'immaturità inferiore perfino alle proprie stesse credenze, lo potevamo tollerare... e con la nostra buona volontà lo scusavamo.. Ma salutare in modo fascista, ridicolo insignificante, non si può perdonare in nessun modo! Tremano le ossa dei nostri antenati, della nostra stessa storia... dei rifugiati e dei nostri valori antifascisti! Alla fine vali poco come giocatore e come persona! Ormai sei indesiderato e ricercato tra di noi! Le tue lacrime non ci convincono..." ORIGINAL 21, AEK ATHENS.
Traduzione dell'articolo apparso su keeptalkinggreece: 
Il giocatore dell'AEK fa il saluto romanoall'interno dello stadio di calcio
Il giocatore dell'AEK Atene Giorgos Katidis ha alzato la mano e fatto il saluto nazista all'interno dello stadio di calcio dopo aver segnato un gol. Nel momento in cui ha alzato la mano e ha fatto in maniera piuttosto evidente il saluto nazista, i membri dello staff tecnico dell'AEK sono corsi verso di lui ad abbracciarlo e sommergerlo fisicamente, probabilmente per nascondere l'accaduto. Il saluto ha innescato uno scandalo sui social media Facebook e Twitter, con gli atleti greci e persino i fan dell'AEK a condannarlo, chiedendo la sua espulsione dalla Premier League Football Club. Giorgos Katidis, 20 anni, ha giustificato il gesto dicendo d'aver alzato la mano per dedicare il gol ad un amico. Sul suo account Twitter ha scritto che odia il fascismo.
Domenica, gli Original 21, il più grande club di tifosi organizzati dell'AEK, hanno rilasciato una dichiarazione dura, chiedendo all'AEK FC di rescindere il contratto di Katidis.

È di questa mattina la notizia secondo cui la Federcalcio greca (EPO), riunitasi straordinariamente, ha deciso l'esclusione a vita di Katidis da tutte le squadre nazionali greche perché il suo saluto nazista insulta il sentimento pubblico, tutte le vittime delle atrocità naziste e viola lo spirito pacifico del calcio”.

E in serata arriva la notizia che anche a causa delle proteste in corso, Giorgos Katidis si è autosospeso dell'AEK. In una dichiarazione, si è scusato e ha detto tra l'altro: "Devo ammettere che io il mio comportamento è stato del tutto inaccettabile e mi sento malissimo per aver causato un cosi grande caos con la mia azione irrilevante e stupida...Non c'è motivo di cercare scuse. Ho sbagliato!”. Subito dopo la partita e il suo saluto nazista, Katidis aveva rilasciato un'intervista alla Nova Sport TV, in cui aveva detto che si era organizzato per fare un saluto con i suoi co-giocatori. "Volevamo che i tifosi ci applaudissero, così abbiamo pensato di fare tale gesto come abbiamo sentito da quel partito [nota: il partito neonazista Alba Dorata]." Tuttavia, dopo l'indignazione, i co-player non hanno osato confermare che il saluto nazista era stato pre-organizzato. Intanto i fan che hanno chiesto l'espulsione di Katidis attendono ancora una decisione della società.
Ora è tempo che l'AEK prenda una decisione ...

P.S. Probabilmente Katidis pensava di essere ad un evento della gioventù nazista ...

Per saperne di più: Grecia scuole separate per gli immigrati (Contropiano)

Aggiornamento: "L'AEK - ha fatto sapere il club in una nota - ha deciso di mettere fuori squadra il giocatore fino alla fine dell'attuale stagione". Quest'estate Katidis sarà di nuovo giudicato anche sulla base dei suoi comportamenti da qui ad allora, ha fatto sapere ancora il club, "così da dargli la possibilità di dimostrare se i nuovi comportamenti gli consentiranno di essere reintegrato in rosa".



martedì 12 marzo 2013

Il Caracas FC ha osservato un minuto di silenzio per Hugo Chavez prima del match di Coppa Libertadores, nonostante il parere negativo della Conmebol



Apparso su: elcomercio.pe
Traduzione a cura della redazione di Calcio&Rivoluzione

La CONMEBOL aveva rifiutato di rendere omaggio al presidente venezuelano, ma i giocatori hanno mostrato ugualmente il loro cordoglio prima dell'inizio dell'incontro.

Il Caracas FC, ha fatto visita al Gremio per il match valido per la coppa Libertadores e i suoi giocatori, che hanno perso per 4-1, hanno dovuto affrontare il rammarico della sconfitta nel pieno dello shock per la morte del presidente venezuelano Hugo Chavez.

Prima degli inni di protocollo, sugli schermi dello stadio è stata proiettata l'immagine della bandiera venezuelana in omaggio al defunto presidente. I giocatori del Caracas FC si sono abbracciati durante l'inno del proprio paese e hanno indossato un nastro nero in segno di lutto. I giocatori hanno reso omaggio al loro presidente, nonostante i media internazionali, avevano annunciato che la Conmebol aveva rifiutato di concedere un minuto di silenzio per la morte del presidente e un altro per la morte dell'ex allenatore uruguaiano Luis Cubilla. È interessante notare come la Conmebol abbia poi segnalato con una nota sul proprio sito web che "prima della partita c'è stato un minuto di silenzio in onore del presidente venezuelano Hugo Chavez, che è morto a 58 anni lo scorso martedì". Nel frattempo, l'allenatore del Caracas FC, Ceferino Bencomo, ha definito la morte del presidente come un "momento difficile, duro".

lunedì 11 marzo 2013

La federazione di calcio palestinese rifiuta la partita della "pace". Quale pace senza la fine dell'occupazione?


Il presidente del Barcellona, Sandro Rosell, aveva proposto, il 21 febbraio scorso, l'organizzazione di una partita di calcio tra il suo Barça ed una squadra mista israelo-palestinese come tappa verso la pace in Medio Oriente. Questo è solo l'ultimo dei tentativi messi in piedi dal club catalano per provare a normalizzare quella che è l'occupazione israeliana dei territori palestinesi. Già in occasione del Clasico  spagnolo, Barça-Real, dello scorso anno, Rosell invitò ad assistere al match sia Sarsak che Gilad Shalit, soldato israeliano tenuto per diversi anni prigioniero da Hamas. Invito che il calciatore palestinese prontamente declinò sottolineandone tutti i limiti del caso(Sarsak rifiuta l'invito del Barcellona FC).

Qui di seguito proponiamo una nostra traduzione di un articolo apparso su futbolrebelde riguardante appunto la proposta avanzata dal presidente Rosell.

La Palestina non giocherà con Israele contro il Barcellona fino a quando durerà l'occupazione

Il club catalano intende organizzare una partita tra il Barça e una squadra mista israelo-palestinese nel mese di luglio.
I Palestinesi hanno avvertito il presidente del Barcellona, Sandro Rosell, che la sua proposta di una partita tra il Barça e una squadra mista israelo-palestinese nel mese di luglio non si potrà svolgere, fino a quando durerà l'occupazione .
"Questa è una idea creativa del presidente del Barcellona. Appreziamo le sue buone intenzioni e motivazioni, ma ci sono molti ostacoli", ha detto il presidente della Federcalcio palestinese, Jibril Rajub, in una conferenza stampa congiunta a Rosell al Muqata di Ramallah, dove sono stati accolti dal presidente palestinese Mahmoud Abbas.

"Spero che tutti i tifosi del Barcellona in tutto il mondo restino ottimisti sul fatto che questo sogno possa diventare realtà. Quando? Quando lo stato palestinese sarà riconosciuto, libero, indipendente, democratico, con i valori e l'etica dello sport come principale filosofia e cultura ", ha detto Rajub.
Rajub ha detto che il primo passo che Israele dovrebbe compiere affinché si possa organizzare una squadra mista israelo-palestinese per giocare un'amichevole contro il Barca, è che Israele (che non riconosce la Palestina come stato), riconosca l'entità palestinese sportiva, come Federazione Calcistica.
"Israele deve cominciare col riconoscere l'esistenza dei calciatori palestinesi e la federazione sportiva palestinese", ha detto il presidente della Federcalcio, che ha chiesto a Israele "d'avere il coraggio di riconoscere l'esistenza di un vicino, l'entità palestinese, dove la gente soffre per il solo fatto di essere umani, di essere palestinesi". Rajub ha detto che "il fatto di avere qui a Barcellona Messi e le altre stelle è una buona opportunità per tutti", ma non se Israele non riconosce la Palestina "come un vicino di casa, come uno sport di famiglia" e se non "riconosce i diritti degli atleti palestinesi, la loro esistenza e il loro diritto ad allenarsi". Sono ottimista. Tutte le parti sono molto motivate”, ha detto, ma, tuttavia, ha detto che la partita che ha organizzato il club, i cui profitti sarebbe donati alle ONG sportive palestinesi e israeliane, provocherebbe "un terremoto "nella regione. Rajub ha ricordato l'occupazione israeliana, la continua crescita delle colonie e la presenza delle truppe israeliane nei territori palestinesi e l'assedio di Gaza, che impedisce ai giocatori della selezione palestinese di viaggiare in Cisgiordania per allenarsi e giocare. Rosell, nel frattempo, si è detto "molto felice", dopo il suo incontro con Abbas, e ha sottolineato la sua gioia nell'aver incontrato decine di sostenitori palestinesi del club, vestiti con magliette del Barcça o con le bandiere del club, all'ingresso della Muqata, tra coloro che sono venuti ad accoglierli. "La prima cosa che mi ha detto Abbas, che mi è piaciuta molto, è che i suoi nipoti sono tifosi del Barça, e la seconda cosa è che vedrà come provare a superare alcuni degli ostacoli che possono impedire lo svolgimento il 31 luglio della partita tra la selezione israelo-palestinese e il Barça" ha detto il presidente del Barcellona. Dopo l'incontro di ieri con il presidente israeliano Shimon Peres e Abbas oggi, Rosell ha espresso ottimismo sulla possibilità che il progetto arrivi a compimento e ha detto che non ha "alcun dubbio che ci saranno gesti da entrambe le parti".

sabato 9 marzo 2013

Ciao Chavez, amico del calcio


Il 5 marzo scorso è morto il presidente comandante Hugo Chavez, un uomo che ha dato la sua vita per la causa del popolo venezuelano e non solo. In molti in questi giorni hanno scritto e ricordato il presidente per tutto ciò che ha fatto in ambito politico e sociale. A noi piace ricordarlo anche come uno sportivo che, nonostante fosse appassionato di baseball, ha fatto molto anche per lo sviluppo del calcio in Venezuela, sottolineandone i suoi valori sociali ed umani più genuini. E' anche attraverso il calcio infatti che possono essere veicolati i valori del rispetto reciproco, dell'antirazzismo, della tolleranza e della fratellanza. A lui e a tutto ciò che ha fatto va il nostro pensiero...  

Di seguito proponiamo una nostra traduzione del comunicato inviato dalla Confederación Suramericana de Fútbol (Conmebol) alla Federazione di calcio Venezuelana per ringraziare il presidente Chavez per  gli sforzi profusi in occasione dell'organizzazione della Coppa America 2007 svoltasi in Venezuela

Apparso su Radiomundial.com.ve
Traduzione a cura della redazione di Calcio&Rivoluzione


Il leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez Frías, presidente che durante il suo mandato si è impegnato per lo sviluppo dello sport venezuelano, è stato un "alleato del football sudamericano", ha detto la Confederación Suramericana de Fútbol (Conmebol), dopo aver appreso della morte del presidente venezuelano.

"Con il suo carisma, Hugo Chavez è stato un alleato del football sudamericano e ha lasciato in eredità il valore del calcio come responsabilità sociale e convivenza pacifica tra i popoli", così si è espresso il massimo organo del football sudamericano, in una lettera inviata alla Federazione di calcio venezuelana.

Nella lettera in cui il massimo organo calcistico esprime le proprie condoglianze al popolo venezuelano, la Confederazione ha sottolineato il grande lavoro organizzativo della nostra nazione dopo aver ospitato con successo la Coppa America 2007, torneo internazionale di calcio svoltosi in Venezuela.

"La Confederazione vuole ricordare con profonda gratitudine il gesto del presidente della nazione bolivariana, nell'aver sostenuto il calcio nel suo paese e nel continente, con l'organizzazione della Copa America Venezuela 2007", recita la lettera.