sabato 28 luglio 2012

Il Corinthians inaugura un busto in omaggio a Socrates


Oggi 28 luglio alle ore 11 il Corinthians ha inaugurato il busto in omaggio all’ex legenda del Corinthias e della nazionale di calcio brasiliana Socrates, morto la mattina del 4 dicembre 2011, data in cui il Corinthias si è consacrato pentacampione del Brasilerao.
La celebrazione si è svolta al parco São Jorge.
Socrates che giocò nel Corinthians dal 1978 al 1983, collezionando 302 presenze e  106 goal (quasi un goal ogni tre partite!) vincendo tre campionati Paulista, quello del 79, dell’82 e dell’83, è entrato nella storia del Timão consacrandosi come leader della “Democracia Corinthiana”, un esperimento destinato a restare unico nella storia del calcio mondiale: ovvero il primo caso di autogestione di una squadra, con i giocatori che tenevano salde le redini del comando. Una vera e propria autogestione che non prevedeva la figura dell’allenatore per come la intendiamo noi oggi, infatti le decisioni venivano prese in gruppo, e l’allenatore serviva solo come supporto tecnico per la preparazione atletica, comunque stabilita in proprio dai calciatori. Una gestione del club che conferiva ai giocatori un fortissimo peso anche ideologico, che andava al di là della questione sportiva in sé dal momento che  oltre a gestire il club con pari diritto di voto e di opinione rispetto alla dirigenza, i calciatori potevano usare la maglia del Corinthians per fini propagandistici.
Socrates, soprannominato “il dottore” o anche “il dottor Guevara del futebol” per le sue idee politiche (ad ogni goal era solito esultare con il pugno chiuso!) dopo una breve e sfortunata esperienza in Italia (alla Fiorentina) e il ritorno in patria tra le fila del Flamengo, concluse la sua carriera agonistica nel 1988 al Santos.

venerdì 27 luglio 2012

Iniziano le Olimpiadi. 'Bannato' Che Guevara. Ecco come ci piacerebbe si reagisse

Oggi, 27 luglio, iniziano ufficialmente le Olimpiadi di Londra 2012. Giochi per i quali è stato profuso un grande impegno da parte delle istituzioni. Certo, perché ci vuole davvero una grande determinazione per cacciare dalle proprie case persone che hanno la sola colpa di essere poveri e di abitare nelle zone destinate ad ospitare qualcuna delle strutture in cui si svolgeranno le gare o il flusso di turisti che arriverà nella capitale britannica per l'occasione. La stessa determinazione che hanno dimostrato quando hanno piazzato le più moderne armi a disposizione sui tetti delle case di persone che non hanno avuto la possibilità di obiettare nulla. Infine, lo stesso impegno profuso per occultare lo sfruttamento che i giochi olimpici stanno producendo, dal lavoro di migliaia di “volontari” (cioè migliaia di persone costrette ad accettare di lavorare gratis o per un misero rimborso spese) a quello di migliaia di operai cinesi che hannocucito decine di migliaia di mascotte e di gadget olimpici, dovendo lavorare 120 ore di straordinario in un solo mese, con la metà della paga trattenuta per soli 5 minuti di ritardo e con turni che durano dalle 8 del mattino alla mezzanotte.
Ma c'è uno spettro che si aggira per Londra. No, non è quello del comunismo. Ma quello della contestazione sì. Ed è simboleggiato da un'icona dei rivoluzionari di tutte le latitudini: Che Guevara. È infatti di qualche settimana fa la notizia del divieto di indossare maglie, berretti e quant'altro riporti la famosissima effigie del rivoluzionario argentino. La motivazione ufficiale è che il “Che” è simbolo di una parte politica e potrebbe quindi infastidire chi non ne fa parte.
Dietro il “politically correct” si nasconde invece un tentativo di normalizzazione che va a colpire anche simboli che – diciamocelo – sono stati in parte 'neutralizzati' grazie al loro inglobamento nella fabbrica del consumismo globale, per cui il “Che” oggi è per molti semplicemente un'immagine 'cool'.
Noi speriamo che siano in tanti, tra spettatori ed atleti a sfidare questo divieto. Speriamo che il volto del “Che” possa trovare il più ampio spazio sulle tribune, sulle piste e nei campi di Londra. Speriamo che qualcuno mostri il coraggio di ripetere un gesto che un giovane Lucarelli eseguì parecchi anni or sono nella sua Livorno quando vestiva i colori della nazionale italiana under '21. Lucarelli segnò una rete e, per festeggiare, mostrò a quella che era la “sua” curva una maglia per omaggiare le BAL e che mostrava proprio il volto del “Che”. Un gesto che può sembrare normalissimo, ma che è costato all'allora giovane centravanti un vero e proprio ostracismo. Ma ha contribuito a fargli guadagnare la stima di tante e tanti tifosi. Così come di tante e tanti che quotidianamente impegnano le proprie energie per cambiare il sistema in cui viviamo.

mercoledì 25 luglio 2012

Bruno Neri: il calciatore antifascista che morì combattendo


Di Miguel Ángel Lara
Apparso su FutbolRebelde.org
Traduzione a cura della redazione di Calcio&Rivoluzione

 


Faenza è una piccola città nei pressi di Ravenna, Emilia-Romagna in Italia, il cui stadio si chiama Bruno Neri. A molti il suo nome dice ben poco. Sulla sua lapide si legge: "Qui ebbe i natali Bruno Neri comandante partigiano caduto in combattimento a Gamogna il 10 luglio 1944 dopo aver primeggiato come atleta nelle sportive competizioni rivelò nell’azione clandestina prima, nella guerriglia poi magnifiche virtù di combattente e di guida esempio e monito alle generazioni future”

Nel 1931, Neri aveva solo 21 anni quando gli stivali e le camicie nere delle orde di Mussolini la facevano da padrone nelle strade d'Italia. Neri era un giocatore della Fiorentina il giorno in cui venne inaugurato lo stadio Giovanni Berta, l'attuale Artemio Franch,i a Firenze. Il nome era quello di un militante fascista che fu ucciso da un commando comunista lungo le acque dell'Arno in uno scontro nel febbraio del 1921. Di quella partita c’è un'immagine, i 21 giocatori che fanno il saluto romano  guardando il palco e solo uno, Bruno Neri, impassibile, con le braccia cadenti.
Formatosi presso l'Istituto agrario a Imola e sempre legato al mondo della cultura dellasue regione, la sua virtù calcistiche lo condussero dalla squadra della sua città alla Fiorentina nell'estate del 1929 in cambio di un importo roboante: 10.000 lire. Una sua frase che lo rese famoso ai suoi tempi fu:  "quando ti arriva la palla tu devi già aver pensato a cosa fare". Molti anni dopo, Xavi Hernandez ha spiegato con questa frase differenza tra un buon giocatore e di un crack.
Dalla Fiorentina passò alla Lucchese, top team negli anni ‘30. Con la camicia rossa e nera giunse alla selezione e fece il salto a Torino, dove appese le scarpette ai chiodi nel marzo 1940. Fu due mesi prima che l'Italia si alleò con l’Asse nella Seconda Guerra Mondiale.
Bruno Neri si avvicinò al movimento antifascista grazie a suo cugino Virgilio, legato alla sinistra italiana dal 1916. Dopo aver lasciato il calcio, l’ex calciatore entrò nell'ORI (Organizzazione di Resistenza Italiana). Lasciò Milano, dove aveva creato un business, e tornò a Faenza. Un giorno venne a sapere che i tedeschi lo cercavano. Avevano scoperto il suo gioco. Cercò gli oggetti della squadra del suo popolo, regalò i suoi stivali e si recò sulle montagne.
La sua missione era strettamente legata alla OSS statunitense (Office of Strategic Service, con il quale entrò in contatto in Sicilia nei giorni dello sbarco alleato) e al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), sviluppato nel Battaglione Ravenna, incaricato di studiare operazioni di sabotaggio nella Linea Gotica, creata dal maresciallo tedesco Albert Kesselring per fermare l'avanzata degli Alleati nell’Appennino.
Neri, il cui nom da guerra era 'Berni', era diventato il numero due del battaglione Ravenna. Il capo era suo cugino Virgilio, 'Nico'. Il gruppo era utilizzato per il recupero dei paracadutisti Alleati che si lanciavano nella sua regione. Berni avrebbe trovato la morte In una di queste operazioni. Fu 10 luglio 1944 sul monte Eremo di Gamogna. Vicino al cimitero Gamogna, lui e il suo collega nonché giocatore di pallavolo Vittorio Bellengui furono sorpresi da un gruppo di 15 soldati tedeschi, che cercavano di salire la montagna. Provarono a mettere a terra l'attrezzatura, ma i tedeschi trovarono rifugio dietro un muro. Un colpo alla testa uccise il giocatore-partigiano, la cui figura si sta cercando di recuperare in questi ultimi anni in Italia.
La storia di Neri non è l'unica di uno sportivo italiano che ha lottato  contro Mussolini e l'occupazione nazista. Un altro fu Ernest Egri Erbstein, il suo allenatore nella Lucchese e una delle vittime dello schianto di Superga nel 1949 che causò la fine del Gran Torino. Le leggi razziali di Mussolini lo fecero lasciare l'Italia e ritornare nella città dove era cresciuto, Budapest, dove divenne un calciatore nelle fila del BAK. Lì la sua famiglia, che aveva preso il nome Egri per camuffare la propria origine ebraica, si trovò di fronte all'orrore del governo di Horty, alleato di Hitler nella caccia agli ebrei che dovevano essere deportati ad Auschwitz. La sua famiglia, camuffata con mille e uno trucchi, sopravvivette nella capitale magiara mentre il padre più volte attraversò clandestinamente il confine fino in Italia per raccomandare a Ferrucccio Novo, presidente del Torino, l’acquisto di fenomeni come Loik e Mazzola. Erbstein fu l’ultimo allenatore di quel Torino dei cinque titoli.
Franco Valentino, un giovane portiere della Juventus, fece saltare in aria il quartier generale della EIAR, l’attuale RAI. L’azione gli costò la vita, dopo essere stato catturato e torturato fu impiccato a 19 anni a Corso Vinzaglio a Torino, dopo che i tedeschi non riuscirono a fargli confessare i nomi dei suoi collaboratori (Dante Di Nanni e Giovanni Pesce).
La guerra fece le sue vittime anche sul fronte opposto. Dino Fiorini, laterale mancino del Bologna e Don Giovanni del suo tempo, si unì alla Guardia Nazionale Repubblicana e la morte lo colse a Monterenzio (un'ora dalla Faenza di Neri) in un incidente nel settembre del 1944 con un comando partigiano. Nessuno sa se questo incontro a cui Fiorini andò in moto fu un tentativo di passare dalla parte “rossa” o di un agguato che aveva preparato ai partigiani, che però lo scoprirono. Il suo corpo non è mai più ricomparso nonostante le sue figlie, Paola e Franca, abbiano provato a cercarlo.