giovedì 28 giugno 2012

Il calciatore maoista

Negli anni Settanta c'era un calciatore che era un seguace di Mao Tse Tung e della rivoluzione culturale cinese: era il tedesco Paul Breitner, che, negli anni Settanta, come molti giovani in Germania e nel mondo intero, era sostenitore di Mao e della Rivoluzione Cinese. Breitner appartiene alla generazione del “maggio 1968”. Sostenitore di Ho Chi Minh, lettore del Libro Rosso e ammiratore di Che Guevara.
Arrivato al professionismo nel 1970, giocava come esterno sinistro. Appena ventiduenne fu campione del mondo con la selezione della Repubblica Federale Tedesca, segnanfo anche un goal nella finale contro l'Olanda, la sorprendente “arancia meccanica”. Malgrado ciò, non ebbe mai un buon rapporto con la nazionale, rinunciando alla convocazione per ben tre volte.
Acquistato dal Real Madrid cominciò a giocare a centrocampo. Il suo approdo a Madrid, con le “merengues” era paragonabile all'arrivo di un marziano. Un maoista nella squadra di Francisco Franco! Mentre giocava per il club castigliano diede prova del suo impegno politico e del suo essere ribelle donando mezzo milione di pesetas agli operai metallurgici della Standard in sciopero. La sua opposizione al capitalismo, incarnato dai dirigenti del Real Madrid, gli fece meritare la definizione di “calciatore conflittuale”, motivo per cui il club franchista decise di rescindere il suo contratto. Breitner fece allora ritorno al suo club d'origine: il Bayern Monaco.
Fu campione del mondo nel 1974, vicecampione nel 1982, vincitore degli Europei e, a livello di club, della Coppa dei Campioni, vincendo anche diversi titoli nazionali. Grazie al suo eccellente rendimento sui campi ed alla sua potenza fisica fu considerato come il miglior centrocampista tedesco. Di lui si disse che era un calciatore “capace di pensare e mettere in pratica con i piedi ciò che concepiva con la testa”.
Fu professionista per 13 anni, bloccato nel 1983 da un infortunio. Un anno prima il Partito Comunista Cinese aveva ufficialmente abbandonato il maoismo.


giovedì 21 giugno 2012

Irlanda - Italia 1994-2012 e quel lutto al braccio dei giocatori irlandesi


Sono passati ormai alcuni giorni dalla partita Italia Irlanda del 18 giugno, conclusasi 2 a 0 per gli azzurri e che ha permesso alla squadra allenata da Cesare Prandelli di superare la fase a gironi di Euro 2012 e ha invece rispedito a casa quella guidata da Giovanni Trapattoni.
In molti si saranno chiesti il perché di quella fascia nera al braccio dei giocatori irlandesi.
Ricordate Irlanda Italia, partita valevole per la fase a gironi dei mondiali USA '94? Alcuni sì, altri no. Ma è lì che bisogna tornare per capirne il motivo.

Era il 18 giugno 1994. Alle 22:10 due uomini entrano nel pub “The Heights Bar” di Loughinisland (Irlanda del Nord), dove sono riunite circa 25 persone per guardare la partita. I due uomini sono armati di fucili d'assalto e, appena varcato l'ingresso del locale, cominciano a sparare sulla folla. Il risultato è un massacro. I feriti sono 5, i morti 6: Adrian Rogan (34), Malcolm Jenkinson (52), Barney Greene (87), Daniel McCreanor (59), Patrick O'Hare (35) and Eamon Byrne (39). La loro unica colpa è stata quella di essere cattolici in una terra in cui molti cattolici hanno combattuto e tuttora combattono per l'indipendenza dalla Gran Bretagna e per l'annessione alla Repubblica d'Irlanda.
I due assassini, appartenenti all'UVF (Ulster Volunteer Force), una formazione paramilitare lealista, è a favore del mantenimento della subordinazione dell'Irlanda del Nord al Regno Unito, escono dal pub e scappano grazie ad un'auto parcheggiata nelle vicinanze. Ridono, secondo un testimone oculare. Non saranno mai individuati. La giustizia non ha fatto il suo corso. Troppo forti i legami dell'UVF con i centri di potere in Irlanda del Nord, troppe le responsabilità che sarebbero forse potute emergere (e che potrebbero, chissà, emergere in futuro – lo speriamo) a carico del governo di Sua Maestà la regina di Inghilterra e dei suoi degni rappresentanti in terra d'Irlanda. C'è infatti chi afferma che la polizia nordirlandese sapesse delle intenzioni dell'UVF e che non abbia fatto nulla per fermare il commando, provvedendo poi anzi a fornirgli le coperture politiche necessarie per evitare qualsiasi incriminazione.
Ritornando alla partita di qualche giorno fa, Jackie McDonald, numero uno dell’Ulster Defence Association, ha definito come “una ricetta per il disastro” la scelta di scendere in campo col lutto al braccio da parte della nazionale irlandese. “Vuol dire portare la politica nello sport”. No, caro (si fa per dire) Jackie: il calcio non è un'arena neutrale e la politica c'è già. Ricordare il massacro di Loughinisland significa invece portare in campo un tipo di politica diverso da quello che osserviamo tutti i giorni: perché vuol dire ricordare le vittime, schierarsi dalla loro parte e chiedere giustizia in loro nome.

lunedì 18 giugno 2012

Voci per il rilascio di Sarsak: ovvero come gli appassionati del calcio protestano contro la sua detenzione


In occasione del match di calcio femminile di sabato 16 giugno tra Scozia e Israele, valevole per le qualificazioni ad Euro 2013, decine e decine di supporters ed attivisti si sono dati appuntamento sugli spalti dello stadio di Edinburgo per far sentire la propria voce e per protestare contro le politiche razziste dello stato di Israele. Canti e slogan per la Palestina hanno accompagnato i cori scanditi dai supporters di casa per la scarcerazione di Mahmoud Sarsak, il calciatore della nazionale palestinese, ritenuto dalle autorità israeliane un “combattente illegale” che sta scontando una condanna a tempo indeterminato, senza esser stato accusato di alcun crimine, nelle carceri israeliane.

Gli israeliani sono stati sonoramente sconfitti, 8-0, ispirando il titolo del video, "Senza armi, sono inutili".



Guardando all’immediato futuro e ricordando quanto detto da Annie Robbins sull’importanza che ebbero le proteste contro le delegazioni sportive internazionali per il movimento anti-apartheid in Sud Africa ci si deve augurare che anche in occasione dei prossimi Giochi Olimpici di Londra 2012 si possa creare una piattaforma intenzionale per protestare contro l’ingiustizia israeliana e l’occupazione dei territori palestinesi.