giovedì 11 agosto 2011

[Citazioni] Lo sport come oggetto sostitutivo dello scontro di classe


“Immaginiamo che un coniglio terrorizzato decida di uccidere la volpe che gli rende la vita impossibile, ma non può, perché la volpe, è più forte, allora si libera di questa sua pulsione aggressiva dando un calcio a un topolino. Esiste una lunga tradizione urbana di capri espiatori: le persecuzioni e le aggressioni contro gli ebrei, neri, arabi, gitani, sudamericani o xarnegos[1] consentono che i frustrati e aggressivi cittadini comincino a colpire le minoranze deboli e senza difesa. Una variante efficace dell’oggetto sostitutivo è lo sport. La ritualizzazione degli atti aggressivi e l’autocontrollo danno adito al simulacro di una lotta, di una aggressione tra sportivi, alla quale partecipa il pubblico. Ed esiste una nuova generazione che non si accontenta della violenza simulata, e che la materializza sulle gradinate o fuori dallo stadio, irritata dalla commercializzazione di questa sua possibilità di sfogo.”
Manuel Vázquez Montalbán, Il centravanti è stato assassinato verso sera, 1988


[1] Immigrati in Catalogna da altre regioni, spesso dall’Andalusia. In qualche modo, e con le dovute differenze, equivale a “terrone”.

Il calciatore indignato, ovvero della rescissione contrattuale di Javi Poves


Ci sono gesti che non possono passare in secondo piano, anche quando sono compiuti da personaggi che non possono dirsi di spicco. Ricordate quando Cristiano Lucarelli rifiutò un contratto miliardario per rimanere nella “sua” Livorno? La storia che stiamo per raccontarvi in fondo è simile, se non più forte. È la storia di Javier Poves, calciatore dello Sporting Gijón, club dello stato spagnolo, che quest’estate, a soli 24 anni, ha deciso di ritirarsi dal calcio professionistico perché disgustato da quel mondo. Un mondo in cui a farla da padrone è il profitto e dove regna la corruzione. È una storia che non può passare in secondo piano perché il significato di questo rifiuto va al di là dei confini del calcio. È il rifiuto di chi non accetta le regole del gioco, dentro e fuori dal campo. Ancor più forte perché esercitato da chi, secondo i crismi e il comune sentire, dovrebbe sentirsi fortunato ed appagato. Ma come? Un calciatore, seppur non un top player, decide di ritirarsi rinunciando a guadagni e fama? Alle pagine dei giornali e a disponibilità economiche non alla portata della stragrande maggioranza della popolazione? È proprio quello che Poves ha fatto. Una rinuncia che però sa tanto di riappropriazione. Di sé stesso, già da oggi; di un mondo che non sia quello plasmato dal Capitale – chissà – un domani.


Il calciatore indignato
“Ciò che si vede dall’interno non lascia dubbi: il calcio professionistico è solamente denaro e corruzione. È capitalismo, ed il capitalismo è morte. Non voglio stare in un sistema che si basa sul fatto che la gente guadagni denaro grazie alla morte di altri in Sud America, Africa, Asia. Semplicemente il mio io interiore mi impedisce di proseguire in questo mondo”.
Javier Poves

di Mario Díaz, El País
Traduzione a cura della Redazione di Calcio & Rivoluzione

Javi Poves avrebbe potuto continuare a guadagnare nel mondo del calcio e con maggiori guadagni rispetto alla maggior parte dei suoi coetanei, giovani di 24 anni, ma la scorsa settimana ha deciso di conciliare i suoi ideali e la sua vita. Poves che ha giocato per due stagioni nella Segunda Division B (corrispondente alla Lega Pro italiana, N.d.T.) con la succursale dello Sporting Gijón e che ha debuttato nella Liga all’ultima giornata dello scorso campionato, ha risolto le sue contraddizioni in maniera drastica: “A cosa mi serve guadagnare 1000 euro anziché 800 se so che si ottengono con la sofferenza di tanta gente?”
Pochi dettagli potevano mettere l’intero ambiente calcistico sulle tracce della decisione che Poves avrebbe preso. I compagni di squadra si sorprendevano nel vedere come il difensore centrale si intrattenesse durante i viaggi o i periodi di riposo leggendo libri come Il Capitale di Karl Marx, o Mein Kampf di Adolf Hitler. Anche negli uffici del club ci fu sorpresa quando Poves chiese di annullare il pagamento del suo stipendio tramite bonifico bancario affinché non si speculasse sul suo denaro o quando restituì le chiavi della macchina che una ditta commerciale aveva regalato a tutti i calciatori della prima squadra perché la sua vettura, una smart, gli andava più che bene.
Alcune dichiarazioni di Javier Poves Gomes (Madrid, 28 Settembre 1986) al quotidiano La Nueva España nel giugno scorso, nel pieno del Movimento 15-M (Movimento 15 Maggio, meglio noto in Italia come movimento degli indignados, NdT), anticipavano il suo ritiro prematuro dal calcio professionistico. Non aveva nulla a che vedere con il suo ostracismo, tradotto negli unici 10 minuti che Manuel Preciado gli ha concesso nell’ultima partita della scorsa stagione, senza conseguenze, ad Alicante. Aveva ancora un anno di contratto ma già meditava l’addio: Quando ero piccolo, ho giocato per amore dello sport, ma più conosci il calcio e più ti rendi conto che tutto è denaro, che è tutto marcio, e questo ti toglie un po’ d’illusione”.
A differenza degli indignati che hanno preso possesso delle strade e delle piazze nella scorsa primavera, Poves non crede nei mezzi pacifici per contrapporsi al sistema. Esplicò il suo pensiero al portale La información, sul quale annunciò il suo ritiro: “Invece di tanti 15-M e di tanta accoglienza, quel che si deve fare è andare alle banche e dar loro fuoco, tagliare teste. La fortuna di questa parte del mondo è la disgrazia del resto del mondo”.
Dopo aver scambiato opinioni con gli indignati in piazza Mayor di Gijón, Poves non ha cambiato idea su di loro: “E’ un movimento creato ad hoc dai mass media per incanalare il malessere sociale che c’è e per evitare che la scintilla diventi pericolosa e incontrollabile per il sistema. Si tratta di un lifting per il sistema ma non di un cambiamento radicale.”
A luglio, mentre i suoi compagni di squadra erano in ritiro prestagione, Poves è andato a Mareo a firmare la rescissione del suo contratto. Avrebbe potuto continuare a giocare in Seconda Divisione B o in qualche campionato di qualche lega esotica ed invece ha deciso di riprendere il cammino che aveva interrotto qualche anno fa, tornando a studiare storia alla UNED. Una materia che lo aiuterà nel suo nuovo cammino: “Non ho un punto di vista ben definito. Quel che desidero è leggere molto ed informarmi su tutto”.
“Credo che la chiamino antisistemica” dice Poves quando ragiona sulla sua appartenenza ideologica: “Il problema è che o sei di destra o sei di sinistra. Io non sono nulla di tutto ciò. Io sono contro tutto questo.” E di fronte alla sua nuova realtà, senza la sicurezza di un’entrata economica sicura dice:  “Desidero conoscere il mondo, sapere quel che esiste. Andare in Africa. Per questo non serve molto denaro. Sono stato in Turchia in ostelli che costavano 3 euro. Non voglio vivere prostituendomi come il 99% della gente. Se non potrò avere una vita limpida in Spagna, l’avrò in Birmania o in qualsiasi altro posto”.

mercoledì 10 agosto 2011

Storie di resistenza e alterità: il caso dell’AFC Wimbledon

di Redazione Calcio&Rivoluzione

Riteniamo che una squadra di calcio non sia semplicemente l’entità legale che la controlla, ma che sia la comunità formata dai tifosi e dai giocatori che lavorano per raggiungere un obiettivo comune. Rivendichiamo quindi per la nostra comunità i titoli vinti da quella che crediamo sia stata e sempre sarà la ‘nostra’ squadra” (da un comunicato dei tifosi dell'AFC Wimbledon).

L’ingresso di sceicchi arabi e dei loro petroldollari nel mondo del calcio non è più una novità, da almeno 10 anni. Le cronache estive ci raccontano di cambiamenti degli assetti societari, con società storiche rilevate da ricchissimi uomini d’affari provenienti dalla penisola arabica, dalla Russia o da Singapore, pronti a versare nelle casse dei club, spesso esangui, decine o centinaia di milioni di euro con cui si allestiscono squadre destinate ad essere competitive nelle principali competizioni nazionali ed internazionali.
Le cronache tacciono, al contrario, altre storie, ed è proprio una di queste che vogliamo raccontarvi. È la storia di un club che ha raggiunto nel corso degli anni ’80 il suo apice sportivo e che ora è tornato, dopo anni di assenza, nel calcio professionistico britannico. È la storia dell’AFC Wimbledon. Un nome che ai più non dirà nulla: tranne la FA Cup del 1988, vinta grazie al successo in finale contro il Liverpool, non è una squadra che possa vantare una ricca bacheca. E oggi non è stata acquistata da alcun magnate col progetto di farle risalire la china fino a condurla alle vette del calcio che conta. Niente di tutto questo.
La storia dell’AFC Wimbledon parla d’altro. Parla di un club che rinasce nel 2003 dalle sue ceneri e nel giro di nove anni ottiene ben cinque promozioni che le permettono di cominciare la stagione appena iniziata in Football League Two (corrispondente alla C2 italiana, ora Lega Pro 2).
Procediamo con ordine…
Gli anni ’90 sono per il Wimbledon FC un decennio particolarmente complicato. Il successo nella FA Cup non ha permesso di aprire un lungo ciclo vincente. Al contrario, i problemi da risolvere sono tantissimi, in primis quello dello stadio. Il Plough Lane, storico stadio in cui si svolgono le partite casalinghe della squadra, costruito nel 1912, viene dichiarato inagibile nel 1991. Le nuove leggi sul calcio approvate in Gran Bretagna (il cosiddetto Taylor Report) prevedono infatti la presenza di soli posti a sedere. La ristrutturazione di un impianto vecchio come il Plough Lane prevede costi altissimi e così si decide di trasferirsi al Selhurst Park, campo dei rivali del Crystal Palace. Una soluzione che dovrebbe essere provvisoria e che invece fa sentire i suoi effetti addirittura per 12 anni, periodo in cui il Wimbledon si trova a dover giocare sempre “fuori casa”. E nel 2001 il Plough Lane viene addirittura abbattuto. Come se non bastasse il presidente Pete Winkelman decide di trasferire la società a Milton Keynes, una località a circa 100 km dalla storica sede del Wimbledon. La ratio alle spalle di questa scelta è di tipo esclusivamente commerciale: andare a Milton Keynes significa permettere alla Asda-Walmart, società che opera nel campo della grande distribuzione, di impiantare un supermercato nella nuova città. Lo stadio serve solo come cavallo di Troia per eludere le restrizioni previste dalle leggi sulla pianificazione urbanistica che riducono i margini d’azione per la vendita al dettaglio al di fuori del centro del paese.
È la goccia che fa traboccare il vaso.
I tifosi non accettano la decisione. Ritengono che lo spostamento significhi strappare un  pezzo del tessuto di un’intera comunità, portar via un pezzo di storia, intrinsecamente legato a quei luoghi fin dall’anno di fondazione del Wimbledon, il lontanissimo 1889. E per impedire che ciò avvenga fondano un proprio club, l’AFC Wimbledon per l’appunto. L’acronimo AFC sta per “A Football Team”, proprio per rivendicare e ribadire l’origine dal basso di questa nuova squadra. La società è infatti "formed by the fans, owned by the fans, and run by the fans" (creata dai tifosi, di proprietà dei tifosi e condotta dai tifosi).
L’AFC Wimbledon fa il suo esordio il 10 luglio 2002 in una gara amichevole contro il Sutton United presso il Gander Green Lane. Allo stadio accorre una folla di ben 4654 tifosi. Un successo che fa passare in secondo piano la sconfitta patita sul campo per ben 4 a 0. Si dimostra infatti che l’impresa non è impossibile, che, malgrado le canzonature dei proprietari del Wimbledon FC, la nuova squadra ha la possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissatisi all’atto della fondazione. I tifosi, grazie alle sottoscrizioni, riescono ad acquistare uno stadio nei pressi di Kingston Upon Thames ed allontanare così lo spettro dell’emigrazione del club.
Presto arrivano i successi che permettono di raggiungere, grazie alla vittoria sul Luton Town del 21 maggio 2011 (4 a 3 dopo i calci di rigore), il tanto agognato calcio professionistico.
Alla prima in Football League Two l’AFC Wimbledon perde per 2 a 3 contro i Bristol Rovers. La stagione è lunga e c’è da lavorare sodo per far sì che non si facciano passi indietro e per evitare la retrocessione.
Ma al di là del responso del campo, ciò che è certo è che l’AFC Wimbledon costituisce un esempio di resistenza al calcio inteso come business. La vittoria più importante probabilmente non è quella conquistata quest’anno sul campo, ma quella riportata in questi nove anni di vita: la promozione di valori quali la democrazia dal basso, l’impegno slegato dalle logiche del profitto, modelli di socialità diversi da quelli sospinti dal mercato (vedi l’opposizione della tifoseria a vedere il proprio stadio trasformato in una sorta di appendice di un centro commerciale nel quale magari buttar via le domeniche di calcio).


P.S.: Vogliamo però spendere due righe anche per farvi sapere come è andata a finire la storia del Wimbledon FC. Trasferitosi a Milton Keynes, ha perso progressivamente tifosi, legatisi fin da subito alla nuova squadra, l’AFC Wimbledon, anche grazie al boicottaggio promosso attivamente dai supporters di quest’ultimo club. Nel 2004 Pete Winkelman ha deciso di gettar via definitivamente la maschera e ha reso palese quali fossero i suoi piani fin dall’inizio: il Wimbledon FC ha così cambiato nome e colori sociali per diventare il Milton Keynes Dons. E lo stadio? È stato costruito, alla periferia del paese, insieme ad altri edifici. Quali? Naturalmente un centro commerciale (l’Asda-Walmart più grande del Regno Unito), un Nike Store, un Hilton Hotel, un McDonald e un KFC (Kentucky Chiken Fried).